Un Puzzle con al centro la mediazione

Vi avevamo già parlato del progetto Puzzle – Interventi per il potenziamento dell’accoglienza in Umbria. Questo progetto ha reso possibile la formazione professionale per interpreti e mediatori culturali di 20 persone di cui 8 ex-beneficiari di progetti di accoglienza per richiedenti protezione internazionale. Per capirne i punti di forza e i profili di innovazione, abbiamo dato la...

Vi avevamo già parlato del progetto Puzzle – Interventi per il potenziamento dell’accoglienza in Umbria. Questo progetto ha reso possibile la formazione professionale per interpreti e mediatori culturali di 20 persone di cui 8 ex-beneficiari di progetti di accoglienza per richiedenti protezione internazionale. Per capirne i punti di forza e i profili di innovazione, abbiamo dato la parola alla Francesca Giuli e Susanna Tabarrini della Prefettura di Perugia, responsabili del progetto.

Partiamo dall’inizio. La dott.ssa Tabarrini si siede ad un tavolo con noi e ci spiega nel dettaglio i bisogni a cui Puzzle ha risposto: «Puzzle ha colto un’esigenza, quella della mediazione linguistico culturale, che è nata e cresciuta tra operatori e funzionari che hanno gestito dal 2015 l’emergenza sbarchi e arrivo migranti durante il periodo dei ‘flussi migratori non programmati’. In questo particolare caso, la Prefettura è stata chiamata a dare delle risposte. Sulla base delle risorse disponibili, ci siamo fermati a riflettere sulle criticità e sugli errori del nostro approccio e da qui siamo partiti per disegnare percorsi sperimentali per gestire i nuovi bisogni emersi, come quello della mediazione linguistico culturale.»

Un bisogno di cui si avvertiva la necessità, dunque. E non solo nel settore dell’accoglienza. Anche la dott.ssa Tabarrini è d’accordo e, sottolineando quanto fosse importante per la Prefettura poter instaurare un rapporto con il richiedente asilo, specifica che « la mediazione unisce non solo le molteplici figure presenti in Prefettura, in Questura o nei servizi sanitari. I percorsi sperimentali che abbiamo tracciato, sono stati utili per trarne osservazioni e prospettive future in cui la figura del mediatore è fondamentale, come ad esempio in situazioni critiche in ambito sanitario. Dal nostro punto di vista, Puzzle ci ha dato l’opportunità di intervenire su queste situazioni problematiche (e non) e di sperimentare una nuova gestione dei conflitti in quartieri ad alta conflittualità che non sarebbe stato possibile senza mediatori.»

Il progetto ha permesso alla Prefettura di comprendere il ruolo chiave del mediatore che tuttavia, non si esaurisce nelle situazioni di difficoltà. Come afferma la dott.ssa Giuli infatti, «Il mediatore dovrebbe essere presente fin dal primo contatto del richiedente asilo nel sistema di accoglienza. Questo, noi della Prefettura, l’avevamo già intuito ma ora è confermato. Nel futuro, la certezza è che i mediatori dovrebbero stare ovunque, per ogni bisogno. Soprattutto nei posti chiave (come la sanità) e nella domanda di protezione internazionale dovrebbe esserci un mediatore ‘dedicato’, che accompagni il richiedente asilo fin dal suo arrivo e gli fornisca un’informativa su quello che sta facendo.»

Al centro della nostra chiacchierata però, non parliamo solo di analisi di fabbisogni ed obiettivi. Scaviamo in quello che il lavoro insieme ai mediatori ha reso possibile e che, qualche volta, viene dimenticato: concentrarsi sull’aspetto umano. Sono proprio le due interlocutrici a riportarci sul terreno ‘emotivo’ dicendo che «Puzzle ha significato abbandonare le categorie del nostro lavoro, entrare in contatto con persone che hanno diversi bisogni che non avremmo mai potuto intercettare senza mediatori. Non solo per la barriera linguistica ma proprio culturalmente. Lavorare con i mediatori ha costituito per noi una crescita professionale.  Il lavoro che facevamo prima era limitato a operatore/utente. La presenza del mediatore ha fatto nascere una ‘triade’, e un lavoro congiunto in cui l’ascolto diventa un fattore chiave. Un ascolto che non passa per il verbale, un ascolto ‘attivante.»

Un aspetto che le ha fatte riflettere, soprattutto sulla comunicazione in cui «niente è scontato. Nella mediazione interculturale ci sono tre o più soggettività che interagiscono creando una realtà nuova, è una sfida di identità che si incontrano. Entrare nel vivo e direttamente nelle relazioni che si creano fra territorio, CAS e richiedenti asilo. Prima lo intuivamo ma non eravamo coinvolte direttamente. Ci sembrava difficile mobilitare i centri di accoglienza, adesso invece, grazie al progetto, si è avviata questa ‘macchina’ e sono i centri stessi a chiedere l’attività di mediazione.»

Lavorando insieme ai mediatori, è stato messo in luce anche un aspetto ‘logistico’ , sicuramente prezioso per le prossime azioni del progetto: si lavora bene in piccoli gruppi. Nelle parole di Francesca Giuli, infatti, «un episodio che è stato molto importante è stato costituito dal lavoro che i mediatori culturali hanno svolto qui in Prefettura. Nella sede istituzionale, un gruppo ridotto di persone (10 migranti con 3 mediatori) ha lavorato in maniera efficace e diretta. Lavorando su un gruppo piccolo, l’esperienza è stata molto positiva, e si è trasformata in una condivisione di esperienze. Una dimensione di lavoro che andrebbe riproposta, per garantire l’efficacia del lavoro del working group.»

 

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