“Soffiando nel vento”: emozioni e ricordi per raccontare le migrazioni

Venerdì 26 luglio andrà in scena alla Rocca Flea “Soffiando nel vento”, spettacolo dell’Associazione Arte e Dintorni che ha come protagonista un uomo senza nome che racconta alla platea la sua vita, iniziata in Afghanistan e proseguita, dopo un viaggio disperato comune a tutti i rifugiati, in un non meglio specificato paese occidentale. Abbiamo colto...

La scena di apertura dello spettacolo (credit: Arte e Dintorni)

Venerdì 26 luglio andrà in scena alla Rocca Flea “Soffiando nel vento”, spettacolo dell’Associazione Arte e Dintorni che ha come protagonista un uomo senza nome che racconta alla platea la sua vita, iniziata in Afghanistan e proseguita, dopo un viaggio disperato comune a tutti i rifugiati, in un non meglio specificato paese occidentale. Abbiamo colto l’occasione per parlare con chi si occupa della messa in scena dello spettacolo, Marco Panfili e Marco Bisciaio (anche autore e co-protagonista), per saperne di più.

Potete raccontarci a grandi linee qual è la storia raccontata in “Soffiando nel vento”?

Marco Bisciaio: Per il 90% è un monologo, a parte una parte con un ricordo di un coprotagonista. La storia parte dopo diversi anni da quando è scappato dall’Afghanistan, quando è già nella sua nuova casa in Europa. Tutto viene raccontato sotto forma di ricordo, ma senza perdersi nei dettagli del percorso dal Paese di origine fino alla sua nuova realtà: si parla di immagini, sentimenti, emozioni, e alcuni passaggi della sua vita.

Marco Panfili: Anche perché non è un a storia vera, è frutto della fantasia di Marco. Anche se molte storie hanno queste caratteristiche.

Perché hai sentito l’esigenza di scrivere questa storia?

MB: Scrivo molto, mi vengono in mente idee e le scrivo di getto. Mi aveva colpito l’interpretazione di Pierfrancesco Favino a Sanremo, ho letto il testo da lui recitato, è nata l’ispirazione e ho iniziato a scrivere. La guerra in Afghanistan è un esempio per tutte le guerre e per tutti i rifugiati: è la guerra per antonomasia dei nostri tempi, pur parlandone ormai molto poco. La curiosità è aumentata leggendo i dati sulla guerra, ma non volevo scrivere una storia scontata, visto il clima politico attuale, ma una storia di sentimenti ed emozioni che possa interessare tutti, a prescindere dalle idee politiche. Non è una storia di immigrazione in Italia, ma di un emigrato. Il rischio di posizionarsi politicamente ormai è su tutto, ma è un dato di fatto, non ci sono maschere di nessun partito, ma parlare dei fatti, direttamente, senza giri di parole.

È un concetto che si coglie molto bene, ma non rimane il rischio che sia un discorso in qualche modo manipolabile?

MB: È inevitabile, ma anche nella brochure abbiamo scritto che è una storia al di fuori di ogni confine, del tempo, e soprattutto al di fuori di ogni partito politico. Abbiamo tenuto a sottolinearlo: parliamo non di una storia del presente, con un migrante fuggito dall’Africa, ma di una vicenda collegata a altre cose passate. Per parlare parlare però anche di quello che è a noi più vicino.

MP: Quella che raccontiamo è una storia di resilienza verso ciò che accade: la storia di un bambino messo su un furgone costretto a perdere tutto, padre, madre, fratelli. Del resto, quando i bambini sono coinvolti nelle guerre non è un partito politico a perderci, ma tutta l’umanità.

Una collega che ha visto lo spettacolo lo definisce un grido di umanità: è diretto come approccio, senza peli sulla lingua, a tratti anche tagliente. Come si crea questo effetto da “pugno nello stomaco”?

MB: Nello spettacolo ci sono le luci, la musica, le ombre cinesi che fanno atmosfera e aiutano ad evocare questi ricordi.

MP: Anche se è una storia dura, è comunque a lieto fine, dato che il protagonista riesce a costruirsi una vita. Non è descritto il paese in cui arriva; non dice neanche il suo nome, per fare in modo che la storia appartenga a tutti, come quello che accade.

soffiando nel vento (credit: Arte e Dintorni)
L’incontro con il clochard in “Soffiando nel vento” (credit: Arte e Dintorni)

Uno dei momenti centrali dell’intero spettacolo è l’incontro con un barbone. Qual è il significato di questo episodio?

MP: La scena raccontata dal protagonista avviene poco tempo dopo essere arrivato nel nuovo Paese, quando è ancora spaesato. È l’incontro con questa altra persona ai margini ma che gli dà forza, per lui è un ricordo positivo.

MB: È lui stesso a spiegare l’importanza dell’incontro: eravamo due ultimi di due mondi diversi, che si ritrovavano insieme a parlare del mondo, della vita. Era giusto che fosse un nella sua stessa situazione: fosse stata una persona qualunque non avrebbe avuto lo stesso impatto. Invece, è un altro “ultimo” a dirgli che la vita è altro: è a quel punto che capisce che per lui c’è ancora speranza.

MP: È anche per smorzare un po’ il monologo, per dare movimento alla scena. È un clochard che potrebbe essere dio, o uso padre, potrebbe essere chiunque. Il protagonista non lo rivede più, è una figura avvolta nel mistero. Ma è un messaggio positivo: da lì cambia la storia.

L’incontro con il clochard la rende una storia che non contestualizzata, ci rimanda a qualcosa che è oltre, verso un’umanità che cerca riscatto e deve rinascere.

MP: E mostra quanto sia importante credere negli altri. In una versione dello spettacolo, fatta in una chiesa, dove non potevamo usare il velo per le ombre cinesi, il prete è rimasto molto colpito in particolare da questo messaggio.

Del resto è un messaggio universale, e insieme al focus sulle emozioni immagino che abbia aiutato; ma non è stato complicato immedesimarsi in una storia del genere?

MB: È stato importante entrare nei panni dei personaggi, non avendo vissuto una storia simile. Le emozioni aiutano. E anche l’ambiente, le musiche, le luci: cambiano in alcune scene, per esempio nelle parti che riguardano i ricordi del protagonista.

MP: L’auspicio è proprio quello, entrare nei panni degli altri e non solo giudicare. Vedere cosa faresti tu in quella situazione.

“Soffiando nel vento”, come “Blowing in the wind”. Qual è il messaggio dietro il titolo dello spettacolo?

MB: “Soffiando nel vento” può suonare anche una cosa negativa se letta in un certo modo: soffi nel vento e tutto passa. Invece, il vento aiuta a portare questo soffio per portarlo il più lontano possibile

MP: È la nostra speranza: far sì che il messaggio venga portato dal vento, che parlandone se ne parli sempre di più. Aspettiamo risposte.

E la locandina? Forse un riferimento a “Il cacciatore di aquiloni” di Khaled Hosseini?

MP: In realtà no: il bambino gioca con l’aquilone che in realtà è un aereo di guerra, con i carri armati sull’orizzonte. È un riferimento al conflitto. Sullo stesso tema: lo spettacolo si apre con una ballerina che sembra giocare con un aquilone, mentre le ombre cinesi mostrano la sagoma di un aereo.

MB: Riguardo la guerra: nel finale dello spettacolo viene recitato il pezzo di una lettera scritta da Lorenzo Orsetti, il combattente italiano morto lottando per la libertà del popolo curdo. Il pezzo in cui leggo è una citazione, significativa, e adatta al testo.

Parliamo della vostra collaborazione: come vi siete incontrati per questa rappresentazione?

MP: Facciamo entrambi parte dell’associazione Arte e Dintorni. Facciamo mostre e spettacoli, anche con le scuole. Sono dieci anni che faccio laboratori teatrali, quest’anno con “Il simposio” di Platone per parlare dell’amore con le scuole superiori, “Le città invisibili” di Calvino, “Christmas Carol”, “L’uomo dal fiore in bocca” e “Sogno ma forse no” di Pirandello…. Ma è la prima volta che mettiamo in scena un testo di Marco.

MB: “Soffiando nel vento” è il più fattibile, per altre servirebbe James Cameron! È una soddisfazione mettere in scena qualcosa di tuo.  Ho iniziato con la filodrammatica gualdese, dialettale, commedia… e ci siamo tolti qualche soddisfazione. Poi ho conosciuto Arte e Dintorni, e collaboro anche con loro, per esprimere altri sensazioni e sentimenti è l’ideale.

A margine dello spettacolo date forma al vostro impegno nel sociale facendo informazione

MB: Mentre mettevamo in piedi lo spettacolo abbiamo fatto delle ricerche, e abbiamo per esempio scoperto che una persona su 122 nel mondo è un rifugiato. Un numero altissimo, e la metà sono bambini. Per esempio c’è da dire che uomini e donne sono ugualmente presenti tra i migranti, nonostante quello che si pensa. O che il nel mondo si spende enormemente di più in ambito militare e per gli armamenti rispetto a quanto si spenda per i rifugiati. Con una briciola di quanto si spende per le armi si può fare molto di più per queste persone.

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