Sharpeville 1960, New Orleans 1891. Perché il razzismo riguarda tutti noi

Oggi, 21marzo, è la Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale. Un giorno scelto dall’ONU per promuovere la tolleranza, l’inclusione, l’unità, il rispetto per la diversità: insomma, tutti quei sentimenti e quelle pratiche che contribuiscono a pensare l’umanità come una grande comunità di uomini e donne tra loro e uguali e sullo stesso piano dal...

New_Orleans_Italian_lynching2 + Sharpevill Massacre

Oggi, 21marzo, è la Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale. Un giorno scelto dall’ONU per promuovere la tolleranza, l’inclusione, l’unità, il rispetto per la diversità: insomma, tutti quei sentimenti e quelle pratiche che contribuiscono a pensare l’umanità come una grande comunità di uomini e donne tra loro e uguali e sullo stesso piano dal punto di vista dei diritti e della vita sociale.

In definitiva, tutto quello che la retorica e il “sentimento” razzista ripugna con tutte le sue forze.

Dati e informazioni alla mano, abbiamo già spiegato che, per quanto possa sembrare assurdo, anche nel 2020 parlare di lotta al razzismo non è semplicemente un esercizio di stile, ma una questione di primaria importanza per rendere la nostra società più giusta verso tutti coloro che rientrano, in un modo o nell’altro, in una “minoranza”.

Il fatto che i movimenti per i diritti delle persone di colore più conosciuti, come per esempio Black Lives Matter negli Stati Uniti, o che i personaggi più famosi che hanno fatto proprie queste battaglie, Martin Luther King Jr e Nelson Mandela solo per nominarne due, siano geograficamente o storicamente lontani dall’Italia del 21esimo secolo, non vuol dire che noi non abbiamo i nostri problemi. Basta camminare per strada, accendere la televisione o accedere ad internet per averne la conferma.

Ma se il problema è così presente e minacciosamente pervasivo, perché occuparsi di razzismo in un giorno in particolare, come il 21 marzo?

La risposta è nel significato, sconosciuto ai più, che questa data porta con sé. E per scoprirlo, come spesso accade quando bisogna dare spiegazioni a problemi complessi, bisogna fare un passo indietro.

Iniziamo dando un quadro d’insieme alla questione. Siamo nel Sud Africa del 1960, esattamente 60 anni e circa duemila chilometri a sud rispetto all’Italia di oggi. Siamo, soprattutto, in piena segregazione razziale: l’Apartheid, ovvero il sistema di leggi che fino al 1991 ha reso legale in quel Paese la discriminazione della maggioranza di colore, a tutto vantaggio della minoranza bianca che si è arrogata i poteri dello Stato al momento dell’indipendenza dalla Gran Bretagna, nel 1948.

apartheid

Uno degli strumenti più odiosi per il controllo della popolazione di colore (non solo i neri, ma chiunque non fosse bianco) era il passbook. Questo era una sorta di passaporto interno, introdotto già nel ‘700 e oggetto di riforme più stringenti nel 1945 e nel 1952, che tutti i cittadini di colore dovevano per legge richiedere, e che dovevano portare con sé e far approvare dal datore di lavoro quando entravano nelle aree per soli bianchi, se non vi si era residenti fin dalla nascita. Il datore di lavoro, che per legge poteva solo essere un bianco, aveva ampia discrezionalità sulla concessione o il ritiro di questa autorizzazione, e senza di essa il possessore del passbook poteva essere altrettanto arbitrariamente fermato ed arrestato dalla polizia.

Questa è una spiegazione solo parziale di uno dei molti strumenti che limitavano le libertà della popolazione di colore e che componevano il giogo dell’Apartheid sudafricano, ma è un passaggio obbligato per capire il contesto della storia che stiamo per raccontare.

L’introduzione di questi documenti non furono mai accettate dalla popolazione di colore, che organizzarono proteste già dal 1910, culminate in campagne anti-passbook negli anni ’50 fino a vere e proprie rivolte, nel 1958.

Una di queste manifestazioni di protesta, organizzata dal Pan-Africanist Congress di Robert Soukwe, avvenne nella cittadina di Sharpeville, nella regione del Transvaal. La mattina del 21 marzo 1960 una folla di circa 7000 persone si diresse verso la locale stazione di polizia, i cui agenti erano famosi per l’applicazione particolarmente stringente delle misure di segregazione. L’idea era quella di una provocazione, comunque pacifica: costituirsi in massa per non avere con sé il passbook.

I numeri sempre crescenti, e l’atmosfera sempre più calda, della manifestazione mise in allarme gli agenti, che chiesero rinforzi che arrivarono in massa: poliziotti in assetto antisommossa e pesantemente armati, piccoli caccia militari e barricate furono messi in campo proteggere la stazione di polizia. Tutto questo, contro una folla sì numerosa, ma comunque disarmata.

sharpeville

Non passò molto tempo dai primi incidenti all’uso delle armi da fuoco da parte degli agenti, i quali erano comunque della convinzione che “i nativi non possedevano una mentalità che li portasse a radunarsi in modo pacifico […] per loro radunarsi vuol dire violenza”. Secondo la Commissione per la verità e la riconciliazione in Sud Africa, fu questo uso deliberato della violenza, e non tanto l’inesperienza di molti agenti (ai quali comunque vennero consegnati armamenti anche pesanti), a determinare la carneficina. (vedi il rapporto finale, pagina 535)

Lo steso rapporto della Commissione continua descrivendo la scena che seguì, dal racconto di chi assistette e riuscì a salvarsi. 69 persone furono uccise dagli agenti, molte colpite alla schiena nel tentativo di fuggire; 180 furono gravemente ferite, incluse 31 donne e 19 bambini.

La risposta fu immediata: gli arresti tra i manifestanti di Sharpeville furono 77, ma a seguito delle delle proteste per l’eccidio la risposta del Governo portò in carcere oltre 18mila neri in tutto il Sud Africa.

L’eco dei fatti di quella mattina, tuttavia, non vennero contenuto dai confini della patria dell’Apartheid, diventando famosi in tutto il mondo come “il Massacro di Sharpeville”. E nel 1966, prendendo spunto anche da questo fatto di sangue, l’Assemblea Generale dell’ONU proclamò il 21 marzo Giornata mondiale per l’eliminazione della discriminazione razziale.

Può sembrare un’operazione solo di facciata, dimostrativa, se la si guarda con cinismo. Se invece si capisce il significato profondo di una giornata come questa si può anche capire quello che tutti siamo chiamati a fare: combattere contro la discriminazione razziale, ma non solo, contro la discriminazione in tutte le sue forme, anche per non vivere più episodi come quello di Sharpeville.

O, venendo a noi italiani, come quello di New Orleans.

“Cosa c’entra New Orleans ora? E che c’entriamo noi italiani?” ci si potrebbe chiedere. Semplice: gli Stati Uniti, tra Ottocento e Novecento, non accolsero di buon grado l’enorme afflusso di italiani nel loro territorio, e l’appartenenza di alcuni di questi alla criminalità organizzata, di matrice mafiosa o anarchica che fosse, determinò l’emersione di un forte sentimento anti-italiano. Il processo-farsa che portò alla condanna a morte di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti fu solo uno degli episodi che meglio rappresentano la discriminazione contro gli italiani in quei decenni.

Estratto dal NY Times del 16 marzo 1961 sul Linciaggio di New Orleans

Estratto dal NY Times del 16 marzo 1961 sul Linciaggio di New Orleans

“E New Orleans?”. Questa città del sud degli Stati Uniti, famosa per la sua storia, il jazz e il voodoo, fu particolarmente ostile agli italiani, soprattutto meridionali, che per alcuni anni la affollarono e che non erano percepiti come “di razza bianca”. Soprattutto, fu il teatro di un episodio sanguinoso motivato da pregiudizi e discriminazioni razziali: il Linciaggio di New Orleans del 14 marzo 1891.

Il Capo della polizia di New Orleans David Hennessy si era fatto un nome per la sua efficienza e per l’ottimo lavoro fatto per lottare contro la malavita nella sua città, ad esempio contro le famiglie italiane dei Provenzano e dei Mantranga. Quando il 16 ottobre venne ucciso di ritorno a casa dalla stazione di polizia, e chi cercò di soccorrerlo raccontò di averlo sentito dire “Dagoes” (il termine derogatorio per chi avesse origini mediterranee, da una storpiatura del nome “Diego”), per l’opinione pubblica fu matematico addossare agli italiani la responsabilità dell’omicidio.

Joseph Shakspeare, sindaco della città, diede seguito al (pre)giudizio popolare proclamando che Hennessy fosse stato vittima di una “vendetta dei Siciliani”, e nel giro di 24 ore 45 italiani furono fermati per essere interrogati. La maggior parte di questi venne rilasciato per mancanza di prove, ma nove di loro vennero infine messi a processo per l’omicidio, o per esserne implicati.

La mancanza di prove evidenti, di testimonianze credibili o verificate, episodi di corruzione tra i giurati portarono infine all’assoluzione di sei imputati, che vennero portati di nuovo in carcere insieme agli altri tre, per i quali la giuria non trovò l’unanimità per un verdetto.

La situazione precipitò la sera stessa, e al mattino dopo i giornali iniziarono a fomentare l’insofferenza dei cittadini di New Orleans per reclamare vendetta contro una sentenza pronunciata da giurati “spergiuri e disonesti”. Migliaia di persone di diressero allora verso la prigione, e un piccolo gruppo di uomini in vista della città l’assaltarono per prelevare i 19 prigionieri di nazionalità italiana che vi si trovavano, approfittando dell’inazione delle autorità.

Di questi solo otto riuscirono a nascondersi e a sottarsi al linciaggio; gli altri vennero uccisi sul posto, oppure impiccati fuori dalla prigione. Di questi, cinque non avevano nulla a che fare con l’omicidio Hennessy. Sia per questo episodio, che per altri in cui vennero linciati degli italiani in Louisiana, non vennero formalizzate accuse contro i responsabili (nonostante spesso fossero uomini in vista delle rispettive comunità), ma causò addirittura una crisi diplomatica tra USA e Italia, con tanto di invio di una corazzata italiana al largo di New Orleans per pretendere il processo per i mandanti e un risarcimento per le famiglie delle vittime.

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Trovate una relazione tra i due episodi che abbiamo raccontato?

A New Orleans, come a Sharpeville, come ovunque ci sia un fatto di sangue o una discriminazione motivato dall’odio razziale, le vittime sono sempre degli innocenti, colpiti dai soprusi di una maggioranza che si arroga il dritto di decidere della vita della morte di propri simili soli sulla base di un distorto senso di superiorità, dell’odio razziale, del pregiudizio immotivato.

Chiunque di noi può essere vittima di discriminazione, se non riusciamo a debellarla. Per questo il razzismo tocca tutti noi, e la Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale è una data che riguarda tutti noi.

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Questo articolo rientra nella campagna online di CSC-Credito Senza Confini per la XVI Settimana di azione contro la discriminazione razziale (16-22 marzo), promossa e finanziata dall’UNAR-Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale.
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