Comunità e solidarietà, senza violenza e senza polizia – Le proteste di Black Lives Matter, parte 2

Pochi giorni fa, il 19 giugno, è caduta una data importante per la comunità afroamericana. In quello stesso giorno nel 1865, 155 anni fa, ci fu l’annuncio della vittoria dell’Unione nella Guerra Civile americana: un annuncio che, per la popolazione nera, equivaleva dire che la schiavitù era finalmente finita, equivaleva ad una promessa di libertà...

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Pochi giorni fa, il 19 giugno, è caduta una data importante per la comunità afroamericana. In quello stesso giorno nel 1865, 155 anni fa, ci fu l’annuncio della vittoria dell’Unione nella Guerra Civile americana: un annuncio che, per la popolazione nera, equivaleva dire che la schiavitù era finalmente finita, equivaleva ad una promessa di libertà e di godimento di diritti troppo a lungo negati. Anche se non considerata festa nazionale, ad oggi 46 dei 50 Stati che compongono gli USA celebrano la fine della schiavitù in questo giorno.

Ma il Juneteenth, come viene comunemente chiamata la ricorrenza, assume un sapore amaro se ci si ricorda di tutte le forme di discriminazione che la comunità afroamericana ha subito e deve ancora vivere oltre un secolo e mezzo dopo la data che ufficialmente segna la fine della schiavitù. E ancora di più, alla luce delle proteste che si sono succedute dopo la morte di George Floyd.

Intendiamoci: non è la prima volta che le rivendicazioni inascoltate degli afroamericani sono deflagrate in proteste di massa. Molti conoscono la marcia su Washington del 1963, culminata con Martin Luther King e il suo “I have a dream”. Altri, comunque molti essendo un episodio non così lontano nel tempo, sapranno che Los Angeles nel 1992 diventò per cinque giorni un campo di battaglia tra le comunità nere, la minoranza coreana e la polizia. Probabilmente ancora meno conosceranno la marcia di protesta pacifica tra Selma e Montgomery che nel 1965 fallì per due volte: la prima a causa dell’uso indiscriminato della forza da parte della polizia, su ordine di un governatore democratico (all’epoca “democratico” faceva rima con “segregazionista”, soprattutto negli Stati del Sud), e la seconda per evitare nuove violenze.

Eppure, non si erano mai viste proteste così partecipate come quelle di queste settimane: oltre 700 città americane hanno visto i propri abitanti marciare per le strade contro le discriminazioni verso la comunità afroamericana e contro la violenza della polizia.

La morte di George Floyd è stata la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso. L’opinione pubblica americana era già vicina al limite della sopportazione dopo le morti insensate di Breonna Taylor, uccisa nel sonno in un’operazione antidroga (in cui lei non aveva nulla a che fare) e di Ahmaud Arbery, colpito da due vigilantes mentre faceva jogging, solo per nominare i casi più noti del 2020. Se ai fatti di sangue aggiungiamo una crisi sanitaria ed economica che colpisce particolarmente gli afroamericani possiamo comprendere perché tutto questo stia succedendo, e perché stia succedendo ora. Anche con episodi violenti, o veri e propri saccheggi, che però, viste le dimensioni delle proteste non possono che essere considerati come marginali.

 

Violenze che continuano, e idee per fermarle

In tutto questo gli abusi della polizia non sembrano essersi fermati, anzi. Secondo le stime sono oltre 100 mila i cittadini arrestati durante le manifestazioni, in buonissima pacifiche, a cui la polizia ha risposto con l’uso di spray al peperoncino, proiettili di gomma e gas lacrimogeni. Hanno fatto il giro del mondo le immagini delle cariche della polizia a cavallo o le auto delle forze dell’ordine lanciate sulla folla, o ancora del settantacinquenne che, caduto a terra a seguito di una spinta, ha rimediato una frattura al cranio.

Amnesty international ha analizzato 500 video per 125 episodi di violenza della polizia sui manifestanti, ma ci sono ragioni per credere che siano in realtà anche di più. Se al diritto di manifestare si contrappone uno spiegamento di forze da parte delle forze dell’ordine non per difendere questo diritto, ma per soffocarlo, è evidente che il problema risiede alla radice della polizia stessa.

Da decenni esiste negli USA un movimento di opinione che punta al taglio delle risorse della polizia: il motto Defund the police” è stato spesso scandito nelle proteste di questi ultimi giorni ed è stato fatto proprio anche dall’intero movimento Black Lives Matter. La tesi è che, anziché in corpi di polizia spesso sovradimensionati e poco efficienti, si avrebbero risultati più incoraggianti destinando una parte dei fondi a politiche sociali (ad esempio l’aumento del salario minimo).

Del resto, il consiglio di qualsiasi medico è quello di curare la malattia, e non i sintomi. La logica è ribaltata quando si parla della società nel suo complesso, quando ci si trova a dover trovare una soluzione agli squilibri sociali, con il loro precipitato di povertà, disagio e criminalità. E così succede che, come spiegato in una recente intervista dalla deputata democratica Ocasio-Cortèz, anziché investire in infrastrutture o nella scuola le autorità locali e nazionali puntino sulla progressiva militarizzazione dei quartieri “difficili”.

“La polizia di New York ha un budget annuale di 6 miliardi di dollari, più di quanto destinato per la sanità, l’infanzia, o le politiche abitative. Il problema non è la mancanza di risorse; al contrario, il problema è che non si destinino abbastanza risorse in politiche sociali ed investimenti che aiutino a prevenire criminalità e attriti sociali”.

Secondo molti uno stanziamento di risorse che, se magari utile nell’immediato, non può per sua stessa natura dare risultati positivi nel lungo periodo, raggiungibili solo attraverso un processo di empowerment, di rafforzamento delle comunità.

Per esempio a Minneapolis, la città dove tutto è cominciato, il consiglio comunale e lo stesso capo della polizia cittadina hanno parlato apertamente della possibilità di riformare o addirittura smantellare la polizia locale, anche se prevedibilmente qualsiasi piano del genere sarà ostacolato dal sindacato della polizia. Un passo avanti è stato comunque fatto con il sindaco Frey ha intanto proposto un ordine esecutivo per vietare alcune pratiche comuni per i poliziotti in servizio, come la presa che ha causato la morte di Floyd. Provvedimenti simili sono al vaglio delle istituzioni locali in molte altre città.

A Seattle, a seguito delle proteste, già dall’8 giugno si è istituita una zona “police-free”, la Capitol Hill Autonomous Zone (CHAZ) intorno ad una stazione della polizia abbandonata. Un esperimento interessante per capire come sarebbe gestire una comunità senza forze di polizia, basato sull’impegno dell’intera comunità in iniziative culturali e di solidarietà. Dopo i primi entusiasmi (e gli attacchi del Presidente Trump), a seguito di una sparatoria e di alcune testimonianze che vedrebbero la città diventare molto poco pacifica durante la notte l’esperienza rischia di terminare anzitempo, anche se (per ora) si esclude l’intervento con la forza per riprendere il controllo dell’area.

Sta di fatto che, comunque, qualcosa si sia mosso a livello amministrativo non per eliminare la polizia (obiettivo poco realistico e dalle conseguenze imprevedibili) ma almeno per limitarne il ruolo e la presenza in diverse città statunitensi. Le rivendicazioni e le motivazioni sono sacrosante, ma solo il tempo ci dirà se la direzione è quella giusta.

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