Il report di New Neighbours sul rapporto (malato) tra media e migrazioni

Nell’ultimo periodo è difficile che passi un giorno senza che almeno un episodio di razzismo, discriminazione o xenofobia venga segnalato da giornali, telegiornali, testate online o comuni cittadini. Fino a pochi anni fa si sarebbe detto che era un problema dato disadattati o razzisti convinti, comunque una minoranza della popolazione, in circostanza particolari. Ora, si...

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Nell’ultimo periodo è difficile che passi un giorno senza che almeno un episodio di razzismo, discriminazione o xenofobia venga segnalato da giornali, telegiornali, testate online o comuni cittadini. Fino a pochi anni fa si sarebbe detto che era un problema dato disadattati o razzisti convinti, comunque una minoranza della popolazione, in circostanza particolari. Ora, si sente di fatti del genere in qualunque ambiente, e a qualsiasi latitudine del nostro Paese: è successo negli stadi, in cui si sono fatti riconoscere con cori e versi contro calciatori di colore individui singoli o interi settori del tifo organizzato, esattamente come è successo in politica; al Nord come al Sud, tanto nelle strade di Savona contro un volontario della Croce Rossa quanto contro un rapper di Caserta nella sua pagina Facebook; e anche in Umbria, a Perugia, dove recentemente è stata negata una stanza a una ragazza che vuole studiare all’Università per Stranieri a causa della sua provenienza e della sua religione.

Quello che in molti deducono da tutto ciò è che siano caduti negli anni una serie di freni inibitori, che rendevano socialmente non accettabile (almeno negli ambienti “normali”) una condotta guidata da sentimenti xenofobi. La colpa, dice chi ha a cuore il problema, è in primis del linguaggio utilizzato dagli esponenti di un mondo politico che tende sempre più a scadere a livello culturale e civile, e poi della comunicazione, anch’essa svilita, che di questi nuovi codici di comportamento dell’agone politico è non solo il diffusore ma anche il megafono. Si giunge così al punto che narrazioni che vedono nello straniero il nemico, nell’“invasione” il pericolo, e nella discriminazione lo strumento per salvare le italiche genti, diventano sempre più comuni e accettate.

La realtà è chiara: gli immigrati che raggiungono le coste italiane sono diminuiti di oltre l’80% rispetto agli anni dei picchi del flusso migratorio (mentre quelli che non ce l’hanno fatta sono tragicamente aumentati, ma questo non fa troppa notizia), gli stranieri stanno diventando un fattore strutturale nel tessuto produttivo italiano, e nelle scuole è ormai raro trovare classi che non siano miste.

Eppure, si legge nel report sul rapporto tra migrazioni e media curato da NewNeighbours nella sua versione riguardante l’Italia (qui potete trovare il report completo, in inglese), la copertura mediatica del fenomeno non ha fatto altro che soffiare sulle fiamme dell’“emergenza permanente”, della “crisi infinita” causata dal fenomeno migratorio, del contrasto alle azioni di salvataggio delle ONG con tutti i mezzi, leggi ad hoc incluse.

Una copertura, tra l’altro, che cambia a seconda del medium considerato: se nei giornali e nei periodici il numero delle news a riguardo è sceso dal 2015 al 2018, e la maggior parte di esse (il 47%) hanno riguardato i flussi migratori, è stata invece la televisione a farla da padrona, con un’attenzione che verrebbe da definire parossistica: il 43% delle notizie (con punte di oltre il 50%) hanno direttamente preso in considerazione azioni e dichiarazioni di esponenti politici, e quando si è parlato di immigrazione ci si è concentrati su flussi migratori (38%) e pubblica sicurezza (32%). Informazioni oggettive e puntuali sulle motivazioni che hanno portato i migranti a lasciare il proprio Paese carenti, attenzione morbosa verso i casi di cronaca, utilizzo di musiche e immagini per creare tensione nei telespettatori e rappresentare gli aspetti peggiori della vita quotidiana dei migranti completano il quadro.

In soldoni: sintonizzandosi su un programma di informazione nel 2018, ci sarebbero state alte possibilità di vedere un politico parlare di immigrazione in termini dal neutro al negativo, e possibilità minime di ascoltare un ragionamento organico sul tema nel complesso, sul tema dell’accoglienza, o su storie positive di integrazione. Considerando che, come non manca di far notare lo stesso report, il dibattito pubblico italiano è fortemente influenzato dalla politica, e perciò troppo dipendente da ragionamenti faziosi, è inevitabile non considerare che forse il problema è innanzitutto culturale, e solo in un secondo momento (e, ovviamente, di conseguenza) politico.

È qui che il giornalismo di qualità può far sentire il proprio ruolo: se non c’è filtro tra politico/politicante e gente comune, il giornalista può colmare questo vuoto, andando alla fonte delle informazioni, verificandole, elaborandole, e riportarle come il pubblico non come il pubblico vuole sentirle, ma come ha bisogno che gli vengano raccontate. A quel punto, forse, si potrà tornare alla realtà e lasciare i cori e gli slogan dove più compete loro, lo stadio. E ributtare il razzismo nella nicchia da dove è uscito, fuori dal dibattito pubblico.

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