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Quasi Domani, cinque storie di immigrazione ed accoglienza

Stavo parlando con questo tipo no? E diceva: “Questi stranieri ci rubano il lavoro!”. “Ma scusa tu non sei amico di Sami?”, e lui mi ha risposto “Eh ma che c’entra, per lui è diverso!”   È difficile parlare di accoglienza ai migranti in un film, con i suoi linguaggi e i suoi tempi: è...

quasi domani

Stavo parlando con questo tipo no? E diceva: “Questi stranieri ci rubano il lavoro!”.

“Ma scusa tu non sei amico di Sami?”, e lui mi ha risposto “Eh ma che c’entra, per lui è diverso!”

 

È difficile parlare di accoglienza ai migranti in un film, con i suoi linguaggi e i suoi tempi: è un insieme di attività, impegno personale, storie individuali di cui giocoforza è complicato riuscire a dare un quadro coerente in così poco tempo.

Eppure Quasi Domani, di Gianluca Loffredo, riesce a dare in meno di 52 minuti un quadro d’insieme di un tema così vasto e complesso. E lo fa, ovviamente, a partire dalle storie personali:non raccontate nella oro interezza, descrivendo tutto quello che li riguarda, a partire dal loro passato e dalla loro terra natale. Il loro vissuto è accennato in pochi riquadri, mentre quello che importa è il presente, che nel 2017 li vede tutti vivere in Calabria, a Cassano all’Ionio, e tutti legati, in diversi modi, a Cidis Onlus, che nel paese ha una sede e che del percorso di integrazione di questi uomini si è occupata.

Il primo che incrociamo è Torab, che all’inizio del film vediamo al telefono, impegnato a parlare con la madre rimasta in Afghanistan, che si lamenta della lontananza del figlio, del fatto che sia partito, e che non si faccia mai sentire. Una comunicazione difficile, con il credito telefonico che scandisce i tempi e i modi del dialogo, come sempre succede con chi è lontano da casa e ha solo il cellulare per tenere i contatti con i propri cari. Non si spiega il perché o il per Torab sia in Italia: di lui però si capirà, nel proseguio del film, che il fatto che la sua vita sia in Italia non prescinda dal forte legame con gli affetti, lasciati (colpevolmente, a sentire la madre ) indietro quando ha deciso di emigrare.

E non deve essere stata neanche una decisione facile. Come dicono Lamin ed Edgar, qualche scena più tardi, “nessuno vuole lasciare la famiglia”. Due storie molto diverse, le loro: da una parte Lamin, di cui conosciamo il Paese di provenienza, il Gambia, ed il fatto che gli è stata rigettata la richiesta di asilo. È solo uno dei tanti che, dopo aver affrontato l’ignoto dell’emigrazione con la speranza di cambiare la propria vita, si ritrovano invece in un limbo normativo: presenti in Italia, ma invisibili per lo Stato, devono rifarsi all’impegno delle associazioni che lavorano nel settore dell’accoglienza per portare avanti l’iter per i documenti.

Dall’altra parte Edgar, che dall’Armenia finisce a Cassano all’Ionio ed è appassionato di tatuaggi (per l’ilarità del tatuatore, che gli chiede cosa è venuto a fare a Cassano, a parte farsi tatuare), che invece è arrivato alla fine del cammino nel suo limbo personale: integrato, nell’ambiente di Cidis e punto di riferimento tra gli altri per Lamin, a cui consiglia di trasferirsi, perché potrebbe fare il sarto ovunque. Ed è quello che finisce per fare anche lui: alla fine del film lo lasciamo in un autobus, che al telefono spiega che sta raggiungendo un altro paese per iniziare a lavorare. Dall’Armenia a Cassano a questa nuova tappa della sua vita. Edgar è uno di quelli che, nonostante le difficoltà, le lungaggini, e le poche possibilità lavorative in generale e per uno straniero in particolare, riesce a dare una direzione alla sua vita in Italia.

Un po’ come Sami, con cui abbiamo aperto l’articolo, quello che “per lui è diverso”. Lui ha lasciato una compagna e una figlia in Burkina Faso per tentare la strada dell’emigrazione. Ma Sami ormai, burkinabé di nascita, è italiano a tutti gli effetti dopo aver ottenuto la cittadinanza. E a buon motivo si direbbe, vedendo come sembri a suo agio nel suo paese d’adozione nei suoi diversi ambienti, dalle chiacchiere al bar a quelle con un altro ragazzo straniero, fino alla festa per i 30 anni di Cidis, in cui balla insieme tutti agli altri.

Non proprio tutti, in realtà. “Mi sarei aspettato una risposta diversa dal paese”: una nota stonata nella bella serata per un operatore Cidis. E in generale sembra proprio il paese calabrese ad essere estraneo alle storie raccontate dal regista: vecchio, quasi stantìo, simile a molti altri paesini non turistici del sud Italia, ma soprattutto impermeabile al cambiamento. Il problema non è la condizione degli immigrati, ma il fatto che vengano per rubare lavoro, per avere soldi dallo Stato e dal Comune, mentre ai locali rimangono solo le briciole.

Se le storie di Torab, Lamin, Edgar e Samir sono emblematiche nel descrivere quelle di tutti gli uomini e le donne che vivono da stranieri in Italia, Cassano sembra invece l’archetipo dell’Italia incapace di accettare, dare possibilità, accogliere veramente. Solo gli operatori di Cidis ed il barista amico di Samir sono gli italiani che fanno da contraltare a questa situazione.

Stranieri, intolleranza, associazionismo: tre mondi che vivono a stretto contatto, ma che non sembrano avere punti di contatto, a parte quello di occupare gli stessi spazi in Italia.

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