Pratomagno: il docu-film che parla di noi

Domenica 13 ottobre si è concluso il PerSo social film festival di Perugia. Tra i tantissimi docu-film proiettati,  il vincitore del “Perso Short Jail” è stato il documentario di Paolo Martino e di Gianfranco Bonadies intitolato: Pratomagno. Il Pratomagno è la montagna aretina che divide la valle del Casentino da quelle del Valdarno. In questa...

Pratomagno

Domenica 13 ottobre si è concluso il PerSo social film festival di Perugia.

Tra i tantissimi docu-film proiettati,  il vincitore del “Perso Short Jail” è stato il documentario di Paolo Martino e di Gianfranco Bonadies intitolato: Pratomagno.

Il Pratomagno è la montagna aretina che divide la valle del Casentino da quelle del Valdarno.

In questa distesa verdeggiante circondata da pascoli e da fiumi è nata un’amicizia speciale tra un bambino del posto di nome Alberto e il pastore della sua famiglia Sulayman, un ragazzo ghanese che vive in perfetta armonia con loro in quel luogo idilliaco della toscana.

Questo docu-film, basato su una storia vera, affronta diverse tematiche, ma la principale riguarda il viaggio del giovane Sulayman: una delle scene più significative, infatti, è quella in cui si vede, in versione animata, il viaggio di un treno che cammina sott’acqua.

Alcuni giorni dopo la presentazione di questo lavoro al festival sociale del film di Perugia, abbiamo incontrato il regista Paolo Martino per porgli alcune domande:

Come mai hai deciso di parlare di questo luogo e di trattare di queste tematiche?

L’input iniziale ci è stato dato dalla produzione di Valdarno che si trova lì vicino e che voleva da tempo realizzare qualcosa che parlasse della loro montagna: hanno rintracciato me e Gianfranco Bonadies, il curatore della parte animata, come le persone adatte per realizzare questo lavoro; in questo modo è nato Pratomagno: intrecciando il linguaggio ibrido e classico della videocamera con quello del disegno animato. 

Difatti, facendo un sopralluogo lì, abbiamo trovato tante cose di cui poter parlare.

Sono stato colpito soprattutto dalla storia di vera amicizia nata tra Sulayman ed Albertino e in particolar modo mi ha scosso la storia di Sulayam.

Il ragazzo ghanese infatti, arriva in Italia, dopo un lungo e travagliato viaggio attraverso il Mediterraneo.

Viene successivamente accolto dalla famiglia del piccolo Alberto, per la quale comincia a lavorare come pastore: svolge così il suo lavoro e trascorre le sue giornate insieme al suo piccolo amico, in un luogo bucolico che sembra essere lontano dal tempo e dal mondo.

Per me c’è stato subito un “click”! Le dinamiche di questo rapporto particolare tra un bambino ed un adulto che, non parlando neppure bene l’italiano, riescono ad avere un legame inteso: il loro linguaggio è quello del gioco, dell’affettività e del fare. 

Qual è stata la reazione di Sulayam, dopo avere saputo che  volevi girare un docu-film  sulla sua storia?

Sulayam ha agito coerentemente a quello che è stato, poi, il personaggio di cui abbiamo trattato nella storia: poche parole e molti sguardi pregni di significato. Quando ha capito, invece, che stavamo parlando di un capitolo della sua vita ha accettato con un sorriso e si è stabilita una naturale confidenza di fronte alla camera. Ci siamo compresi immediatamente!

Le scene più belle, infatti, sono state proprio quelle girate con: “buona la prima”! Come la scena del pascolo e quella del bagno nel fiume che ci ha permesso di definire bene chi fosse il soggetto raccontato. La reazione di Sulayam è quella che vediamo nel film: una persona aperta e pronta a raccontarsi. Ancora più bello, per noi, è stato anche il poter intersecare la sua storia con quella di Albertino. Qui è stata molto brava Valentina Pacifici che si è occupata della parte fotografica, rapportandosi in maniera diretta con il bambino: in poco tempo abbiamo delineato tutta la vicenda.

Riguardo alla parte animata, ci spieghi il significato che c’è dietro al treno che viaggia sott’acqua?

Si tratta di una metafora sul difficile e lungo viaggio che ha intrapreso Sulayam: l’animazione ci è servita proprio per spiegare meglio questo drammatico momento.

Le immagini animate sono il frutto del percorso creativo e della visione del coregista Bonadies: c’è stato un lavoro creativo molto più simile al cinema che al documentario: si è trattato di un lungo e complesso percorso di scrittura e di traduzione in immagini.

C’era l’esigenza di trovare un filo narrativo ed il treno è diventato anche il mezzo che ha unito due epoche differenti.

Il fatto di volerci spingere in questo futuro distopico e intimista, aveva bisogno di un aggancio narrativo come il treno. Il ritorno di Alberto anziano al Pratomagno, avviene su un mezzo di trasporto dell’oggi che, però, si trova ad attraversare un mondo trasformato e diverso da quello elegiaco della sua infanzia. 

Pratomagno è un documentario che merita di essere guardato in tutto e per tutto, perché parla della nostra quotidianità in ogni sua sfumatura. Ci narra degli effetti positivi dell’accoglienza e dell’integrazione, facendoci andare oltre i nostri limiti e le nostre paure.

 

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