Perché fare volontariato?

Negli ultimi giorni abbiamo parlato di VAI, un progetto portato avanti da diverse organizzazioni della società civile per promuovere il volontariato come strumento di integrazione per gli stranieri. Ma cosa intendono i partner di VAI quando si parla di “volontariato”? E perché è così importante quando si parla di integrazione? In primo luogo, bisogna dire...

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Negli ultimi giorni abbiamo parlato di VAI, un progetto portato avanti da diverse organizzazioni della società civile per promuovere il volontariato come strumento di integrazione per gli stranieri.

Ma cosa intendono i partner di VAI quando si parla di “volontariato”? E perché è così importante quando si parla di integrazione?

In primo luogo, bisogna dire che è difficile fare un identikit del “volontario tipo”: i volontari differiscono tra loro per età e background. Nell’Unione Europea, tra l’altro, a rappresentare un numero significativo di volontari sono gli stranieri, anche a seguito del crescente peso dei flussi migratori per la crescita demografica nel continente.

Inoltre, bisogna considerare il fatto che la figura del volontario è sempre più slegata dalla partecipazione alle attività delle organizzazioni di volontariato tout court: “volontario” è chiunque presti volontariamente e gratuitamente il proprio tempo per compiere attività, formali o meno, a tempo pieno o a tempo parziale, regolarmente o sporadicamente, a titolo gratuito, “facendo qualcosa a beneficio dell‘ambiente o di qualcuno (individui o gruppi) diverso da, o in aggiunta a, i parenti stretti”.

Mancano quindi due dei fattori che porterebbero molti a fare un qualsiasi tipo di attività: il rapporto familiare (spesso) e la retribuzione (sempre). Allora, perché fare volontariato?

Chiunque inizi ad operare nel mondo del volontariato, secondo le analisi preliminari condotte per il progetto VAI, inizia a coglierne immediatamente i frutti: mettersi a disposizione della collettività crea legami più forti con la comunità. A questo, si può aggiungere che si hanno ricadute positive a livello formativo e nella costruzione di reti di contatti, utili di per sé e in special modo se si intende intraprendere un’attività lavorativa futura nell’ambito scelto per l’esperienza da volontario.

Per gli immigrati, a questi aspetti positivi se ne aggiungono di ulteriori. Una delle maggiori difficoltà per un immigrato è riuscire a sentirsi effettivamente parte della società in cui vive: una difficoltà che, se è particolarmente sentita da chi è appena arrivato in un nuovo Paese, non è rara neanche tra chi è residente da molto tempo, spesso per motivi culturali ma soprattutto per problemi linguistici.

Proprio su questo il volontariato può essere decisivo per dare il via ad un processo di integrazione realmente efficace: essere un cittadino attivo e fare la differenza può portare benefici tanto a livello di rapporti con la comunità (sia quella di appartenenza, che si può aiutare tramite le attività di volontariato, sia quella di adozione, migliorando il proprio ruolo sociale grazie al proprio contributo attivo), quanto a livello strettamente personale: si possono approfondire o sviluppare nuovi interessi, incontrare nuove persone e fare nuove amicizie, migliorare la lingua e le capacità comunicative, conoscere nuovi ambiti lavorativi o valorizzare capacità professionali già acquisite ma rimaste, per il mercato del lavoro del Paese di arrivo, solo a livello potenziale.

“Il volontariato fa bene all’integrazione, va bene. Ma dove potrei farlo?”

In realtà, è meno difficile di quanto possa sembrare: il contributo del volontario è richiesto in diversi contesti e a diversi scopi. Molti gruppi e comunità, e il servizio che forniscono, fanno forte affidamento sul coinvolgimento e sostegno di persone che danno volentieri il loro tempo, soprattutto quando è gratis. Non è solo una questione di opportunità: spesso le comunità, e in particolar modo quelle più piccole, sono mancanti di risorse adeguate per intraprendere attività di valorizzazione della realtà locale, o ne hanno in quantità molto modeste, innescando un circolo vizioso che può rendere la stessa comunità meno sicura, almeno nella percezione degli abitanti.

Le organizzazioni che più frequentemente vedono l’apporto di volontari sono organizzazioni senza scopo di lucro, ONG, organizzazioni della società civile, anche organizzazioni caritatevoli e religiose. Per queste organizzazioni il volontario immigrato è una duplice risorsa: a quanto un volontario porta normalmente con sé come vissuto ed esperienze, l’immigrato può aggiungere la conoscenza di nuove lingue (migliorando la comunicazione dell’organizzazione con i clienti di background culturali diversi), nuove prospettive come l‘aumento di consapevolezza del modo di vivere, un diverso sistema di credenze e valori, nuove e differenti esperienze di vita.

A seconda del background e della mission dell’associazione, possono essere diversi i ruoli che il volontario straniero può ricoprire. Si va dalle attività di traduzione a quelle culturali, dal fornire informazioni sulla protezione e la promozione dei diritti all’organizzazione di workshop interculturali, dalla sensibilizzazione all’assistenza di persone che fanno parte di categorie vulnerabili (minori, persone a rischio di tratta, rifugiati e richiedenti asilo).

In più, gli studi dimostrano che il coinvolgimento dei migranti contribuisce a rendere i programmi di volontariato più efficaci, perché culturalmente più inclusivi.

In sintesi? Si configura, in buona sostanza, una situazione win-win: ad avere vantaggi sono sia il volontario immigrato, che la stessa associazione in cui l’esperienza di volontariato viene vissuta.

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