Partire, Arrivare, Accogliere: riflessioni sulle migrazioni all’Umbria Film Festival

Martedì 9 luglio è iniziato l’Umbria Film Festival, l’apprezzato festival cinematografico ospitato a Montone. Come di consueto, nella giornata di inaugurazione si è svolto nella Chiesa Museo di San Francesco un convegno incentrato sul fenomeno migratorio. Dice Marisa Siciliano Berna (presidente onorario dell’Associazione Umbra Film Festival), che in questi anni il festival ha dato la...

Martedì 9 luglio è iniziato l’Umbria Film Festival, l’apprezzato festival cinematografico ospitato a Montone. Come di consueto, nella giornata di inaugurazione si è svolto nella Chiesa Museo di San Francesco un convegno incentrato sul fenomeno migratorio.

Dice Marisa Siciliano Berna (presidente onorario dell’Associazione Umbra Film Festival), che in questi anni il festival ha dato la possibilità di esplorare “attraverso il cinema, con film poco pubblicizzati nel mondo, temi importanti sulla migrazione: seconde generazioni, deriva verso il terrorismo, i primi morti in mare a Calais”. E ora il fenomeno migratorio: un tema non solo della contemporaneità, ma che “adesso viviamo come un’emergenza, un fenomeno transitorio, perché così che ce o fanno passare, quando invece è un fenomeno strutturale. Il problema è cambiare il modo in cui affrontarlo: abbiamo deciso di vedere il viaggio che queste donne e questi uomini effettivamente fanno attraverso la loro storia, con un focus particolare su quello che effettivamente cercano”.

Per questo l’incontro, moderato da Alessandro Vestrelli (Regione Umbria) si è strutturato in tre momenti diversi, che ricalcano i momenti di tutti i viaggi, e in particolare di quelli migranti.

1.“Partire”

Non si può non iniziare dal momento della Partenza, della separazione dalle certezze (e dalle difficoltà) della propria casa, e del proprio Paese, per intraprendere il viaggio che porta alla meta finale: l’Europa. Protagonisti di questo momento sono stati tre uomini che questo viaggio l’hanno intrapreso (Amian Guy Ives Arnaud, dalla Costa d’Avorio; Essa Moh A Darwish, dalla Libia; e Janko Jabbie, dal Gambia), che hanno prestato la loro voce per raccontare l’avventura di Mahmoud Traorè, autore con Bruno Le Dantec del libro “Partire. Un’odissea clandestina”, da Dakar a Siviglia, passando per i Paesi del Sahel, il Sahara, la Libia e i Paesi del Maghreb. Una storia comune a migliaia di altri giovani, che nel caso di Traorè è durata tre anni e mezzo ed è stata costellata da incontri di ogni tipo, soprattutto con sfruttatori senza scrupoli, sia criminali che appartenenti alle forze dell’ordine degli Stati attraversati.

“Sentiamo sempre gli stessi slogan quando si parla di migrazioni: troppe volte ci si scorda che si parla sempre in primo luogo di persone, che fuggono dal loro Paese di origine per cercare una vita migliore”, ricorda Mirco Rinaldi (sindaco di Montone), intervenuto alla prima parte del convegno. “La storia e il mondo sono pieni di navi: quelle che raggiungevano il nuovo mondo hanno portato la morte a milioni di nativi e di schiavi portati in un mondo che non era il loro; oggi, vanno dal nord al sud del mondo per trasportare rifiuti, eppure nessuno ha paura di loro. Si ha invece paura delle piccole navi che portano poche decine di migranti, tanto da lasciarli in mezzo al mare, senza possibilità di aiuto e tantomeno di sbarcare”.

2.“Arrivare”

Il secondo momento è quello dell’Arrivo. Cosa trovano i migranti quando giungono nel nostro continente? Le speranze si scontrano con la realtà del Paese in cui si giunge. Esattamente come succedeva nel Novecento tra coloro che volevano intraprendere il viaggio verso l’America, oggi in Africa si racconta che in Europa, se hai voglia di fare, puoi riuscire ad arricchirti, o almeno a stare bene. Ma ci si scontra con muro di pregiudizi e sfruttamento.

Una situazione particolarmente vera quando si parla di lavoro nei campi, dove è il caporalato a farla da padrone. Scelta di parole non casuale: la figura del “caporale” nel corso degli anni si è evoluta, da semplice intermediario tra il proprietario terriero e il bracciante a figura a tutto tondo, che si occupa di tutti i servizi di cui i lavoratori possono avere bisogno per riuscire a sopravvivere (anche se spesso, come dicono le ricerche, ovviamente non basta): beni di prima necessità (ad esempio l’acqua per riuscire a lavorare sotto il sole), il trasporto verso i campi, o l’alloggio, in casolari fatiscenti quando non in baracche, magari in lamiera. . Non mancano figure aggiuntive: il “capo nero” si occupa dell’organizzazione delle squadre, mentre l'”amministratore delegato” è il punto di contatto diretto con il padrone del campo. Senza dimenticarsi dell’”aguzzino”, somministratore di punizioni e violenze, tanto verso gli uomini che, soprattutto, verso le donne, particolarmente vessate e sfruttate a livello sia lavorativo che sessuale.

Ma non è solo questo: spiega Carla Barbarella (Aliseicoop) che il Dossier Antimafia 2018 lo definisce “un meccanismo estremamente strutturato, una rete criminale che si incastra con la filiera del cibo, dalla produzione al trasporto, dalla distribuzione alla vendita, con tutte le caratteristiche che attirano interesse delle organizzazioni criminali, che abbandonano pratiche militari per sfruttare informatica e finanza per i propri affari”. Una dinamica di sfruttamento che non è relegata alle campagne del Sud Italia: è presente nelle regioni meridionali di Spagna e Francia, ma anche in nord Italia e in Umbria. È insomma una presenza diffusa, studiata, e preoccupante, con aspetti sempre simili, come le cosiddette “Piazze Chad”, in cui i braccianti si fanno trovare per essere scelti dal caporale per lavorare nei campi.

Chi ci guadagna? Il caporale e il datore di lavoro, ovviamente; le organizzazioni criminali che si appoggiano su questo sistema; ma anche la grande distribuzione. Il caporale fa parte in una filiera “che parte dal centro commerciale, che decide quando e quanto commerciare un prodotto; così la domanda risale la filiera fino alla produzione e quindi al caporale, che rende disponibile il prodotto ai prezzi più bassi possibili”. Anche se indirettamente, a guadagnare sullo sfruttamento dei braccianti, migranti e non, siamo anche noi, nella nostra veste di consumatori.

3.“Convivere”

Negli anni, in prossimità dei campi si sono formati veri e propri ghetti, non più legati alla stagionalità delle coltivazioni ma stanziali, in cui si concentrano non solo i braccianti agricoli: “parliamo di migliaia di persone, uscite dall’accoglienza, anche se prima titolari di protezione umanitaria”. Un istituto questo che è stato cancellato dai cosiddetti “Decreti Salvini”: norme che, a dispetto del nome con cui sono conosciute (“Decreti Sicurezza”), secondo molti non farà altro che aumentare l’insicurezza. È di questo avviso l’avv. Francesco di Pietro (ASGI), che li considera solo l’ultima tappa di un’involuzione della normativa sulla materia, iniziata col precedente Governo: “i Decreti Sicurezza sono in realtà tre, considerando anche il Decreto Minniti, tutti accomunando immigrazione e insicurezza. Gli effetti del primo e del secondo è stato favorire l’irregolarità. Secondo uno studio dell’ISPI, entra il 2020 torneremo ai numeri di irregolari del 2002, anno della Bossi-Fini: 700mila nuovi irregolari, in gran parte a causa dell’abolizione del permesso umanitario. Il Decreto Minniti ha creato un diritto speciale per i richiedenti asilo, che non possono fare ricorso in appello: ha impedito perciò di avere tutela effettiva in sede giudiziaria. Quindi ha contribuito all’aumento irregolari, già dato dall’abolizione degli SPRAR e l’uscita dei neomaggiorenni dai CAS, creando e aumentando ghetti e mendicanti”.

A proposito di Decreto Sicurezza (il bis, di giugno) e del ministro che ne è stato promotore, cronaca recente sono stati gli scontri via social tra questi e i capitani di due navi di ONG, la Sea Watch e la Alex, che hanno invocato lo “stato di necessità” per forzare la politica dei “porti chiusi” e riuscire a portare i migranti da loro salvati nel Mediterraneo nel porto sicuro di Lampedusa. A questo proposito, si possono addure due tipi di argomentazioni: una normativa, l’altra valoriale. Riguardo la prima, ricorda Di Pietro, “da un lato, abbiamo un decreto per vietare il transito e lo sbarco alle navi in caso di violazione della Convenzione di Montego Bay sul diritto del mare riguardo il “passaggio offensivo” (ovvero per violazione di norme doganali o sanitarie, o per immigrazione irregolare). Dall’altro, altre convenzioni più recenti prevedono obbligo del soccorso, che cessa quando capitano porta soccorsi nel porto sicuro (place of safety). L’obbligo prevale su ordine del ministero”, in virtù del principio di predominanza delle convenzioni internazionali sul diritto statale. Dal punto di vista valoriale invece, dobbiamo sempre ricordare che “le carte costituzionali riprendono doveri derivati dagli insegnamenti degli antichi: l’obbligo del salvataggio, di cui parla tra gli altri Seneca; di seppellire uomini (per questo il capitano Carola è spesso paragonata ad Antigone, cui venne vietata la sepoltura del fratello); di condividere il pane e il fuoco. Non soccorrendo, stiamo andando contro i principi fondanti della nostra civiltà”.

L’ultimo intervento è dell’antropologo Andrea Filippo Ravenda (professore di antropologia sociale a Bologna, e di antropologia culturale a Perugia), che ha ripercorso le tappe dell’immigrazione in Italia, a partire dall’arrivo degli albanesi, e come l’intervento dello Stato abbia paradossalmente complicato le cose: se i primi arrivi furono accolti “anche in modo naïve” dagli abitanti dei paesi degli sbarchi, nella totale impreparazione dello Stato, sprovvisto degli strumenti normativi per affrontare la situazione, quando gli sbarchi divennero massici “20mila migranti furono concentrati nello stadio di Bari: venne definita da alcuni “una folla bestiale”, quasi da zoo, in una situazione surreale dal punto di visto umano. Poi vennero espulsi. Con la “legge Puglia” alla fine il sistema normativo si è adeguato, anche su pressioni dell’UE, attraverso lo strumento del decreto legge, iniziando una pratica che è sopravvissuta fino ad ora”. Successivamente, la legge Turco-Napolitano creò una prima incongruenza del sistema: “serve un permesso di soggiorno per lavorare, e bisogna avere un lavoro regolare per avere un permesso. Questo impoverisce la categoria dei richiedenti asilo: l’unico modo per avere una possibilità di entrare in Europa è richiedere l’asilo, che però vede la propria portata giuridica inflazionarsi”. Fu la stessa legge che istituì i Centri di permanenza temporanea, poi CIE, poi CPR: “posti dai nomi ossimorici, in cui non mancavano casi di somministrazione di psicofarmaci e sedativi, casi di autolesionismo e suicidio”, dove erano reclusi per sanzione amministrativa (altra incongruenza) persone in diverse situazioni a livello di percorso di vita e di permessi: “il periodo di trattenimento degli ospiti di queste strutture era in teoria di 30 giorni, ma poi è andato sempre più dilatandosi: la maggior parte veniva infine rilasciata con un foglio di via da rispettare entro 5 giorni, con un conseguente aumento dell’irregolarità.”

Cosa si può fare per risolvere la situazione? “La battaglia non si può affidare solo al buon senso: servono delle buone leggi, anche se sembra una banalità, d’altra parte, la legalizzazione dell’immigrazione non produrrebbe illegalità”.


Il “motto” della giornata inaugurale del Festival di quest’anno era:

Ma che razza di uomini è questa? Ci negano il rifugio della sabbia, ci vietano di fermarci sulla terra più vicina. O quale patria così barbara permette simili usanze?

Così scriveva più di duemila anni fa Virgilio nella sua Eneide, il viaggio dei mitici progenitori dei fondatori di Roma: un gruppo di profughi che attraversa il mare nostrum alla ricerca di un posto in cui vivere dopo che la loro casa era stata devastata dalla guerra.

Se i versi riportati vi sembrano vergati in questi giorni, in risposta ai divieti di sbarco, o se questa brevissima sinossi del poema epico vi sembra applicabile ai tanti che affrontano il Mediterraneo per farsi una nuova vita, non sorprendetevi.


Alcune delle foto alle ragazze e ai ragazzi coinvolti nel progetto Riacs, dalla mostra fotografica allestita a margine del convegno e che resterà aperta al pubblico per tutto lo svolgimento del Festival:

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