#Odiarenoneunosport, contro l’hate speech nello sport (e nella vita)

Che cos’è per noi lo sport, quando tralasciamo la performance in quanto tale? La prima cosa che ci viene in mente è che la pratica sportiva sia una palestra di vita ed uno strumento di educazione. Proprio come si può dire della scuola, infatti, la sport è in primo luogo veicolo di valori, terreno ed...

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Che cos’è per noi lo sport, quando tralasciamo la performance in quanto tale? La prima cosa che ci viene in mente è che la pratica sportiva sia una palestra di vita ed uno strumento di educazione. Proprio come si può dire della scuola, infatti, la sport è in primo luogo veicolo di valori, terreno ed occasione di inclusione e aggregazione sociale, veicolo di crescita e confronto, sia con sè stessi quanto soprattutto con gli altri. È anche per questo che, durante gli anni della crescita, lo sport è da tutti consigliato per un equilibrato sviluppo psicofisico del bambino/ragazzo in un membro attivo e partecipe della comunità.

È però evidente che lo sport può portare fuori il peggio che è in noi. Non sono rari gli episodi, anche recenti, in cui lo sport diventa una semplice cornice di episodi di razzismo e discorsi d’odio, che poi esondano per spostarsi nei media e nei social media in particolare, grazie ai quali ricevono ulteriore visibilità e forza.

odiarenoneunosport_facebook logoÈ per contrastare questo fenomeno che ha preso il via il 7 febbraio, Giornata Mondiale contro il bullismo e il cyber-bullismo, la campagna #Odiarenoneunosport. Si tratta di un’iniziativa sostenuta dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo e promossa dal Centro Volontariato Cooperazione allo Sviluppo, con un fitta rete di partners tra ong italiane che si occupano di educazione alla cittadinanza globale (ADP, CeLIM, CISV, COMI, COPE, LVIA, Progettomondo.mlal), enti di promozione sportiva (CSEN), agenzie formative (FormaAzione, SIT, SAA-School of management), associazioni no profit esperte in soluzioni tecnologiche (Informatici senza Frontiere) e comunicazione (Tele Radio City, Ong 2.0)

L’obiettivo, come deve sempre essere, è uno solo: rifiutare e combattere all’hate speech, con ogni mezzo e in ogni contesto, sia questo lo sport o la vita quotidiana.

Ma qual è la dimensione del cyber bullismo e dell’hate speech legati allo sport? Secondo l’Università di Torino e il Centro di ricerca avanzata Coder, che stanno indagando sul caso analizzando poco meno di 5000 post e più di 440mila commenti degli utenti sulle pagine Facebook dei maggiori giornali sportivi italiani, il quadro è per lo meno preoccupante: circa il 75% dei post riceve commenti considerabili come hate speech, sia questo linguaggio volgare (13,5%), aggressività verbale (73%) , minacce (6,8%), o discriminazione in varie forme (6,7%), sessuale, di genere, razziale che sia.

La cosa peggiore è che questi dati sono solo parziali: il Barometro dell’Odio nello sport, ovvero il report che raccoglierà tutti i dati analizzati e tirerà le fila del discorso sarà infatti pubblicato solo a fine marzo.

Un contributo non solo di studio ma anche attivo nel combattere l’hate speech in rete è invece quello della School of Management di Torino e di Informatici senza Frontiere, che hanno creato un chatbot e un algoritmo per riconoscere, intercettare e addirittura rispondere in tempo reale al discorso d’odio, diciamo così “in corso d’opera”.

La campagna durerà tutto il resto dell’anno e prevederà diversi appuntamenti e strumenti di sensibilizzazione, misure contro il coronavirus permettendo, tra cui flash mob in diverse città italiane lunedì 6 aprile (Giornata Internazionale dello Sport per lo Sviluppo e la Pace), attività educative nelle scuole e nelle società sportive, partecipazione ad eventi sportivi, e attività in rete per intercettare e rispondere a tono ai messaggi di odio in rete con quelle che il progetto chiama “squadre” territoriali anti-odio.

Tanti gli sportivi che hanno dato la loro testimonianza per appoggiare il progetto, come gli azzurri Igor Cassina, Alessia Maurelli, Frank Chamizo, e Valeria Straneo, insieme a molti altri sportivi professionisti e dilettanti, che hanno portato le loro storie di inclusione attraverso lo sport. Per vederle tutte ci si può collegare al sito web, alla pagina Facebook, al canale YouTube o seguire l’account Instagram di Odiare non è uno sport.

Qui due video dal canale Youtube:

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