“Nel mare ci sono i coccodrilli”: la storia vera di Enaiat, dall’Afghanistan all’Italia

Come si fa a cambiare vita così, Enaiat? Una mattina. Un saluto. Lo si fa e basta, Fabio. Una volta ho letto che la scelta di emigrare nasce dal bisogno di respirare. È così. E la speranza di una vita migliore è più forte di qualunque sentimento. Mia madre, ad esempio, ha deciso che sapermi...

Nel mare ci sono i coccodrilli

Come si fa a cambiare vita così, Enaiat? Una mattina. Un saluto.
Lo si fa e basta, Fabio.
Una volta ho letto che la scelta di emigrare nasce dal bisogno di respirare.
È così. E la speranza di una vita migliore è più forte di qualunque sentimento. Mia
madre, ad esempio, ha deciso che sapermi in pericolo lontano da lei, ma in viaggio
verso un futuro differente, era meglio che sapermi in pericolo vicino a lei, ma nel
fango della paura di sempre.

 

Nel mare ci sono i coccodrilli, bel libro di Fabio Geda edito da Baldini&Castoldi, non è solo la storia di un viaggio, ma soprattutto una storia vera ed appassionante: quella di Enaiatollah Akbari, che dall’Afghanistan ha raggiunto l’Italia, dopo un viaggio lungo e pieno di insidie, narrato dallo stesso Enaiat a Fabio in una sorta di lungo monologo, intramezzato di quando in quando dalle osservazioni o dalle domande dell’autore.

Enaiatollah è un ragazzo di origine hazara, una delle minoranze della parte orientale dell’Afghanistan: una minoranza duramente perseguitata, tanto che lo stesso Enaiat spiega che “In Afghanistan se sei un hazara non puoi nemmeno camminare per strada, […] rischi in continuazione di morire per un nonnulla, per una parola di troppo o per qualche regola senza senso”. All’inizio della sua storia, quando aveva 6 anni, suo padre, trasportatore per un ricco pashtun, viene ucciso dai briganti; il padrone chiede un risarcimento per la merce persa alla mamma, e, per la precisione, vuole lui in pagamento. Nella provincia di Ghazni la mamma riesce a nasconderlo per un po’, facendolo stare di giorno fuori casa in modo che i talebani non potessero riconoscerlo, e di notte in una buca ricavata dietro la loro casa, ma alla fine è costretta al passo più difficile: portarlo in Pakistan e lasciarlo a Quetta. Ha solo 12 anni quando si sveglia senza la madre al suo fianco.

È così che inizia la storia travagliata di Enaiat: la sua vita da solo, abbandonato alla sua voglia di vivere, alle sue scelte, e alle persone che incontra lungo il cammino. Altri fuggitivi come lui, talebani e poliziotti corrotti, ma anche persone per bene, che avendo visto in lui qualcosa di buono lo aiutano nei momenti più difficili, dandogli chi il numero di telefono di una persona fidata, chi n posto dove dormire, chi un lavoro.

Per un po’ vive a Quetta, in Pakistan: quando la situazione diventa pericolosa per lui decide di spostarsi in Iran, dove si dice si possa trovare facilmente lavoro. E in effetti così succede, anche se la polizia, abituata agli immigrati, sa dove trovarli per riportarli oltre il confine. E così succede anche a Enaiat, che però, dopo il secondo rimpatrio, decide di affidarsi di nuovo ai trafficanti per raggiungere l’Occidente: dove non è importante, quello che conta è andare via da lì e dalla paura che una macchina della polizia arrivi per riportarlo indietro.

Il viaggio verso la Turchia è il più duro che abbia mai affrontato: i trafficanti portano lui e altri 76 come lui a valicare una montagna, nel vento che taglia la faccia e il freddo che congela le dita dei piedi. In 12 non ce la fanno, con gli altri Enaiat riesce a raggiungere la Turchia e Istanbul, rannicchiato per tre giorni nel doppiofondo di un camion.

Da qui, un nuovo viaggio, stavolta su un piccolo gommone con altri quattro suoi connazionali, verso la Grecia nell’anno delle XVIII Olimpiadi, dove si cerca sempre manodopera per le costruzioni che avrebbero ospitato le gare; e infine, il traghetto che lo porta finalmente in Italia, non il luogo per il quale era partito, ma semplicemente quello verso cui la vita, e le sue disavventure, lo hanno portato. Ed è nel nostro paese, a Torino, che E. trova finalmente la sua dimensione, riuscendo finalmente vivere la sua età con la vita in una famiglia italiana e con il ritorno a scuola, dopo otto anni di viaggio, a barcamenarsi tra un lavoro da manovale e l’altro: l’ultimo suo ricordo della vita scolastica, quando era ancora in Afghanistan, era quello del suo maestro ucciso dai talebani.

Nel mare ci sono i coccodrilli, frase pronunciata da uno dei suoi compagni di viaggio verso la Grecia, è anche una metafora: coccodrilli sono i pericoli che puoi incontrare nella tua vita, e verso i quali bisogna sempre essere sempre vigili, anche quando il pericolo sembra non esserci. Eppure, come dimostra la storia di Enaiatollah, l’importante è avere lo spirito, la voglia, e la semplicità di affrontarli, e superarli. Perché in fin dei conti, dice proprio Enaiat,

Quello che ti cambia la vita è cosa ti capita, non dove o con cosa e quando, l’importante è vivere la vita.

 

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