Murayo e il Servizio Civile, per gli altri, per sé stessa, e per la sua famiglia

Incontriamo Murayo allo Sportello Migranti in via della Viola, a Perugia. È questo il posto che ha scelto per la sua esperienza di Servizio Civile, dove ogni giorno aiuta immigrati da tutto il mondo a sbrigare pratiche o a scrivere il CV. “Dopo essermi laureata in Scienze dell’alimentazione e nutrizione umana ho deciso di fare...

murayo copertina

Incontriamo Murayo allo Sportello Migranti in via della Viola, a Perugia. È questo il posto che ha scelto per la sua esperienza di Servizio Civile, dove ogni giorno aiuta immigrati da tutto il mondo a sbrigare pratiche o a scrivere il CV. “Dopo essermi laureata in Scienze dell’alimentazione e nutrizione umana ho deciso di fare un anno di volontariato: sarò qui almeno fino a gennaio 2020.”

Murayo è una sorridente ragazza di 29 anni di Piazza Armerina, in provincia di Enna, nell’entroterra siciliano. In questo paese, che Murayo ci informa avere un importante patrimonio artistico (incluso un sito UNESCO), ha vissuto con i suoi genitori da quando aveva quattro anni.

E prima? Murayo mostra una foto sul suo cellulare, che ritrae lei, una ragazza che le assomiglia moltissimo, e un uomo: sua sorella e il padre biologico. “Sono rifugiati nel campo profughi di Dabaab, in Kenya, il più grande del mondo”.

La vita di Murayo infatti non è iniziata in Italia ma in Somalia, alla vigilia della guerra civile. Lei, malata, era stata portata all’ospedale militare; quando nessuno è più venuta a riprenderla e i soldati italiani hanno dovuto smobilitare, il maresciallo Mauro Torregrossa, il padre che le ha dato il suo nuovo cognome, ha deciso di portarla in Italia.

“Da allora ho potuto incontrare mio padre solo una volta, dopo 18 anni, e solo grazie all’intervento dell’ONU, al lavoro di Laura Boldrini (all’epoca nell’UNHCR), e alla veridicità della sua storia. Solo così siamo riusciti ad ottenere il permesso per farlo uscire da lì, e solo per poco tempo. Ma quel poco mi ha permesso di scoprire di più sulla mia famiglia e su me stessa. Per esempio la mia vera data di nascita: ora ho due compleanni, e li festeggio entrambi!”

Murayo ride mentre racconta sé stessa, forse anche perché per lei non è la prima volta: su internet si possono trovare diversi video di trasmissioni che si sono occupati della storia di Murayo, e di come è riuscita ad incontrare suo padre. La stessa storia, con le parole di Laura Boldrini, è raccontata anche in un bel libro edito da Rizzoli, Solo le montagne non si incontrano mai, il cui ricavato può aiutare i famigliari di Murayo a migliorare le loro condizione di vita all’interno del campo di Dabaab. Ma cosa è successo dopo quell’incontro?

Io vorrei che mio padre venisse in Italia, con la sua famiglia. Ho chiesto ad avvocati ed operatori, ma tutti mi hanno detto che non è fattibile, se il Kenya non gli rilascia il visto. E l’ONU non può neanche spingere per il ricongiungimento familiare, visto che ho un altro cognome e sono cittadina italiana. E non ci sono altre strade, potrò fare qualcosa solo quando avrò i mezzi per mantenerli: mio padre, mia sorella e le loro famiglie. 15 persone per i quali ora non posso fare niente, perché ho le mani legate. Per fortuna c’è internet, e mio padre studia un po’ di inglese, così possiamo comunicare. Mio cugino fa da tramite per darmi notizie di quello che succede, è un operatore e quindi può uscire dal campo, da quella vita chiusa tra quattro mura. Ma non possiamo fare di più, e non riesco ad informarmi su come poter fare di più”.

cartello sportello murayo

Lo Sportello Immigrazione dove Murayo fa Servizio Civile

Perché intanto la situazione è tornata alla “normalità”: il padre non può lasciare il campo, e per lui, somalo in una terra che non ha in nessun modo promosso l’integrazione di chi è fuggito dalla guerra civile, ottenere un visto è pressoché impossibile.

Sono felice, ma voglio cambiare questa situazione. È questa la principale ragione per cui ora sto facendo Servizio Civile allo Sportello Migranti: per capire cosa posso fare per la mia famiglia, conoscendo il sistema dall’interno”.

Ma non c’è solo questo: un’esperienza del genere può servire per capire di più il mondo che ci circonda, e conoscere meglio sé stessi. Nel caso di Murayo, vuol dire anche conoscere le proprie radici.

Ho scelto il Servizio Civile anche per fare pace con la cultura africana: fino a 25 anni non ho voluto saperne niente, mi sono rifiutata in modo categorico. Dei miei pochi anni in Africa ricordavo solo quello che c’era stato di brutto, e questo mi bloccava completamente. Ma quando mi sono trasferita a Perugia, conoscendo persone da tutto il mondo, sono stata affascinata da tutto quello che c’è di positivo in Africa. In parte anche grazie al cibo: alla festa per la Giornata del Rifugiato ho conosciuto Tayfur, il proprietario del ristorante africano Mandela, e lui mi ha fatto provare una specialità somala, i sambusa. Mi sono immediatamente ricordata di quando mia madre li cucinava, ho iniziato a piangere e non riuscivo più a smettere.

“Ho incontrato pochi somali a Perugia, e ho fatto anche brutte figure: mi salutavano in somalo, volevano parlarmi in arabo, ma l’unica cosa che potevo rispondergli era “What?”. Non potevo capirli! E la stessa cosa è successo quando ho incontrato i miei fratelli. Sul momento chi mi incontra non riesce a capire perché non parlo la sua lingua. Anche se c’è da dire che in Somalia parlano quattro lingue, tra cui l’italiano e anche l’inglese: quelle le parlo, ma il somalo e l’arabo no. Questo perché ho vissuta in Italia! È stato quando ho iniziato il Servizio Civile che ho iniziato a capire di più la cultura somala, che prima non conoscevo affatto. Pian piano sto imparando.

“Ho scelto il Servizio Civile anche per me: è un’esperienza che oggettivamente ti cambia la vita. Vedi tante realtà, ampli il tuo punto di vista. Allo Sportello ho imparato a vedere i miei problemi nella giusta prospettiva, sapendo quello che in molti devono affrontare e subire per arrivare in Italia”.

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