Migranti e media: il fact checking dell’associazione Carta di Roma

L’ Associazione Carta di Roma analizza alcuni articoli recentemente comparsi su un noto quotidiano locale Umbro in cui il tema dell’immigrazione appariva collegato alla delinquenza.  “Immigrati, in Umbria i peggiori”. “Immigrati re del crimine”. Questi i titoli di due prime pagine di un noto quotidiano locale, con relativi articoli all’interno, rispettivamente pubblicati il 19/03/2018 e del...

L’ Associazione Carta di Roma analizza alcuni articoli recentemente comparsi su un noto quotidiano locale Umbro in cui il tema dellimmigrazione appariva collegato alla delinquenza. 

Immigrati, in Umbria i peggiori”. “Immigrati re del crimine”. Questi i titoli di due prime pagine di un noto quotidiano locale, con relativi articoli all’interno, rispettivamente pubblicati il 19/03/2018 e del 11/04/2018. Un racconto, quello che lega il tema dell’immigrazione alla delinquenza, tanto caro a buona parte dei media, regionali, locali e nazionali, ma che alla prova dei fatti non regge.

Questo è ciò che emerge in modo chiaro dal lavoro realizzato sugli articoli in questione dall’Associazione Carta di Roma. Un’analisi dei fatti (‘fact checking’) rigorosa e consultabile da tutti direttamente sul sito che mette in primo piano un modo di raccontare i migranti, definiti come coloro che in Umbria detengono il primato della criminalità. Un messaggio scorretto e non rispondente al vero.

Umbria Integra ne ha parlato con la giornalista free lance Sabika Shah Povia, che fa parte dell’Associazione Carta di Roma, per la quale ha curato diversi fact checking.

Sabika, cominciamo dai fondamentali. Che cos’è lAssociazione Carta di Roma?

È l’associazione fondata nel 2011 per dare attuazione al protocollo deontologico per una informazione corretta sui temi dell’immigrazione, la Carta di Roma, appunto, siglata dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti (Cnog) e dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana (Fns) nel giugno del 2008.

La nostra associazione lavora per costituire un punto di riferimento costante per chiunque abbia a che fare con il tema dei migranti nel mondo dell’informazione. In primis giornalisti e operatori dell’informazione dunque, ma anche enti di categoria, istituzioni, associazioni e attivisti che si occupano di richiedenti asilo, titolari di protezione internazionali, rifugiati, minoranze etniche e vittime di tratta. La nostra è una vigilanza costante affinché si tratti correttamente di questi argomenti.

La vostra attenzione non si rivolge solo alla cronaca nazionale. Stavolta vi siete concentrati su un quotidiano regionale.

In realtà, noi prestiamo da sempre molta attenzione ai media locali, che svolgono un ruolo strategico nello strutturare la percezione dei migranti nell’opinione pubblica. Il modo in cui i media parlano di questi argomenti influisce significativamente sulle rappresentazioni, gli atteggiamenti e i giudizi che la popolazione elabora in merito al tema dei migranti. Ciò è vero in particolare per l’informazione locale, proprio per la maggiore vicinanza ai cittadini e al territorio.

Come avete realizzato questo lavoro di fact checking?

Il fact checking è letteralmente una ‘verifica dei fatti’. In questo caso abbiamo analizzato i dati citati dal giornale insieme alla dottoressa Valeria Ferraris, sociologa della devianza all’Università di Torino e studiosa di immigrazione e criminalità, e con l’avv. Francesco Di Pietro, referente per l’Umbria dell’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione (Asgi.)

Che cosa emerge?

Innanzitutto c’è spesso una discrepanza tra i titoli, sensazionalistici, e il contenuto degli articoli che spesso si limita semplicemente a riportare dati diffusi da altre fonti. Il problema però è proprio questo: la totale mancanza di una corretta interpretazione e contestualizzazione di quei dati.

Cioè?

Quando si parla di attribuzione di reati agli stranieri, si dimentica di dire che in realtà noi conosciamo solo una minoranza degli autori dei crimini che vengono denunciati. Ciò vuol dire che che se dai dati emerge che gli stranieri sono gli autori del 50% di una serie di crimini, significa semplicemente che essi sono i responsabili della metà di quella esigua minoranza di reati di cui conosciamo gli autori. Un dato insignificante, che non ci dice nulla su tutti gli altri.

Prendiamo ad esempio il caso delle rapine in pubblica via, che possiamo attribuire con certezza solo nel 2,5% dei casi. Dire che gli stranieri commettono la metà di quei reati vuol dire che essi sono i responsabili solo nell’1,25% dei casi. Di tutti gli altri, la stragrande maggioranza, non sappiamo nulla. Per cui è sbagliato dire che gli stranieri delinquono di più. Si tratta di una presentazione dei dati che veicola un messaggio distorto.

In più, i dati sulla criminalità straniera non ci dicono nulla dei reati. Ad esempio, ci sono dei reati che possono essere commessi solo da stranieri, come la permanenza non regolare in un posto. Se si scrive – come fa il noto quotidiano regionale – che su 539 arresti 404 sono stranieri, dicendo poi che di questi, 374 (ovvero il 93%) sono stati espulsi in quanto non regolari, ciò può significare che il motivo dell’arresto di uno straniero, nella quasi totalità dei casi, è la semplice non regolarità di soggiorno. Un reato che, in tutta franchezza, ha poco a che fare con la sicurezza e che in nessun modo autorizza a fare dei collegamenti tra immigrazione e insicurezza pubblica.

 

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