L’unica sarta nel centro storico di Gualdo è tunisina e si chiama Nawél

Nawél indossa un hijab colorato e un sorriso smagliante: fa la sarta anche se ha studiato economia internazionale. In Tunisia, si è specializzata in logistica: faceva la mediatrice tra le società immobiliari e le banche. Venuta in Italia nel 2008 per raggiungere il marito, ora ha due figli nati a Gubbio che hanno a Gualdo...

Nawél indossa un hijab colorato e un sorriso smagliante: fa la sarta anche se ha studiato economia internazionale. In Tunisia, si è specializzata in logistica: faceva la mediatrice tra le società immobiliari e le banche. Venuta in Italia nel 2008 per raggiungere il marito, ora ha due figli nati a Gubbio che hanno a Gualdo Tadino la loro casa.

Gualdo Tadino, comune della fascia appenninica umbra che oggi conta circa 15 mila abitanti, negli ultimi cinque anni è andato incontro a un fenomeno di spopolamento non indifferente che ha riguardato sia gli immigrati che i gualdesi ‘doc’. Gli uni e gli altri infatti, complice la crisi e la chiusura di alcune storiche fabbriche (come l’azienda Merloni – ndr) sono dovuti partire, alla ricerca di fortuna, nelle regioni limitrofe o all’estero. I cittadini stranieri a Gualdo rappresentano oggi più del 10,1% della popolazione residente (1.543 alla fine del 2017, 1.524 nel 2018).

Nawél ci accoglie nella sua bottega, “Punti e Spunti”, che ha potuto aprire dopo un corso di sartoria che ha frequentato e con l’aiuto della Caritas (CVS)  . “Hanno visto che ero brava!” racconta, “così dopo il corso mi hanno aiutato a finanziare questo atelier. Alle signore della Caritas devo molto: colgo l’occasione per ringraziarle di questa possibilità. Inizialmente mi hanno aiutato con i macchinari e con l’affitto, poi ho iniziato a investire io stessa nella mia attività e ora ho la mia clientela!

Quando sono venuta in Italia sapevo due parole: ‘ciao’ e ‘cappuccino’. Ho imparato la lingua italiana grazie alla televisione, mio marito mi diceva: “guarda canale 5, così impari bene tutto!” e poi quando tornava dal lavoro mi chiedeva cosa avevano detto in TV e io glielo raccontavo.

Vogliamo saperne di più sul suo arrivo in Italia e sulle prime impressioni di Gualdo Tadino…

La prima notte che sono arrivata era sabato sera: mio marito mi ha subito fatto fare un giro del centro, mi ha mostrato dove fossero gli uffici e le poste. Il giorno dopo mi ha detto: tieni queste bollette:’vai a pagarle’! E io sono andata. Mi son trovata subito bene, Gualdo Tadino è un posto accogliente. Anche i miei figli si trovano molto bene, vogliono tornare spesso in Tunisia ma la loro patria è l’Italia, i loro amici sono qui”, ci racconta.

Parlando di lavoro, Nawél, ci fa riflettere su un concetto importante, il coraggio di investire in un’attività e in un impiego che non è per forza quello per il quale ci si è laureati. Un tema sul quale molti giovani neolaureati italiani stanno cominciando a riflettere.

In fondo, dice Nawél, “ la macroeconomia è fatta da tante microeconomie e la mia attività di sartoria è una  delle tante che  contribuisce all’economia gualdese!”. “La laurea non vuol dire solo lavorare nel tuo ambito, – aggiunge –  ti insegna a buttarti nella società. Io non mi vergogno di fare la sarta. Questo micro economia comincia da casa, se non sei acculturato non puoi dare il tuo contributo alla società. L’università ti insegna proprio questo, magari non genera guadagno ma ti insegna la vita! Quando c’è crisi dobbiamo inventare i lavori, non dobbiamo aspettare.

Cosa ne pensi della situazione in Italia? Siamo diventati un paese intollerante?

Dopo dieci anni in Italia, non sono stata mai vittima di episodi di razzismo. Solo una volta a scuola, un signore mi ha rimproverato dicendomi che ‘in Italia si rispettano le leggi’: pensava volessi saltare la fila.  Direi piuttosto che la gente è soffocata dall’informazione sbagliata. La televisione che entra in tutte le case e fa passare un’immagine sbagliata e distorta. I più piccoli sono i più vulnerabili. É una violenza, è terrorismo ‘di parole”. In effetti, gli stereotipi sui musulmani sono tanti, troppi e Nawél ci aiuta a capire più a fondo.

Anche sull’hijab, ad esempio, in tv si sente dire che siamo costrette. Ma è una scelta la nostra, personale e religiosa. Comincia quando si diventa donne, ed è legato ad un concetto peculiare della donna: è una perla, un diamante. Dove metteresti un diamante? Lo proteggeresti, lo metteresti nel cotone, al caldo. Così il corpo della donna, il velo, il vestito più ampio deve proteggere il corpo. E lascia all’uomo l’immaginazione. Questo è solo un esempio per spiegare i molteplici stereotipi sull’Islam”.

Dopo dieci anni a Gualdo, pensi che le donne siano riuscite a integrarsi?

Direi non tutte allo stesso modo. Con alcune donne tunisine, ci vediamo spesso, abbiamo il nostro mondo e ci sentiamo integrate nella comunità. Altre donne magrebine però sono ancora molto diffidenti nel frequentare italiani e partecipare attivamente alla vita della nuova comunità in cui si trovano a vivere.”

 

 

Grazie Nawél per aver raccontato un po’ di te e speriamo che la tua voglia di fare sia un esempio positivo per tutte le donne del territorio.

 

 

Le creazioni di Nawél

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