L’odore della mia terra, la Costa d’Avorio

L’articolo che segue è stato scritto da Guy Yves Arnaud Amian nell’aprile del 2017, ed è stato pubblicato in forma ridotta nel magazine “L’altrapagina” (mensile di informazione, politica e cultura fondato da Enzo Rossi con sede a Città di Castello), che ringraziamo.. Noi di Umbria Integra e lo stesso Guy crediamo sia importante leggere la...

articolo guy 1 odore della mia terra
L’articolo che segue è stato scritto da Guy Yves Arnaud Amian nell’aprile del 2017, ed è stato pubblicato in forma ridotta nel magazine “L’altrapagina” (mensile di informazione, politica e cultura fondato da Enzo Rossi con sede a Città di Castello), che ringraziamo.. Noi di Umbria Integra e lo stesso Guy crediamo sia importante leggere la storia nella sua interezza, in modo da capire lo stato d’animo dell’autore ed attraverso questo comprendere ciò che molti stranieri, anche senza farlo notare, vivono ogni giorno.
Buona lettura!

 

I raggi del sole entravano nella stanza malgrado la presenza di una tendina appesa alle finestre. La mia cameretta era calda, simile ad un vulcano in eruzione. La doccia fatta dieci minuti prima non bastava per rinfrescarmi.

Sudavo come uno sportivo in piena competizione. Ero costretto ad accendere il ventilatore per ricevere un po’ d’aria fresca. In momenti così caldi, il ventilatore dopo un’oretta faceva un rumore strano e l’aria che ne usciva era caldissima. La canicola era iniziata e si cercava un luogo meno caldo.

Per fortuna, fuori c’era un grande mango con un fogliame denso sotto il quale i ragazzi del quartiere si riunivano per discutere e ricevere un po’ d’ombra e d’aria fresca. Lì, c’era un vento fresco e si poteva stare fino alla scomparsa del sole. Era il nostro tempio, il tempio di una gioventù disoccupata per cui tutti i giorni della settimana erano simili.

Questo mango permetteva loro di stare meglio ed aspettare il segnale per scappare. Il mio segnale quel giorno fu il primo. La mamma, da casa nostra, gridò il mio nome invitandomi a venire a pranzo:

“Guy, vieni! Il cibo è pronto e chiama gli altri!”

Gli altri erano i miei amici sotto l’albero perché da me, condividere con il prossimo è un credo al quale nessuno può disconoscere. Alzandomi dalla panchina dove ero seduto e andando a casa con un amico che adorava la cucina di mia madre, mi sono fermato a casa del vicino per comprare un blocco di ghiaccio sul quale poi verserò un po’ d’acqua del rubinetto per rinfrescarla.

Erano le dodici e mezzo e il sole era allo zenit, il momento giusto  per pranzare. Il profumo delle diverse cucine avevano riempito le strade del quartiere. In ogni casa le donne si attivavano per far mangiare la propria famiglia. A casa mia, si mangiava il riso con la zuppa di pesce, un succulento piatto che faceva felice anche il mio amico.

In Africa, mangiare insieme nello stesso piatto è una tradizione, permettendo di rinforzare i legami e creare complicità e amore vero.

Momenti così belli sono stati interrotti dalla guerra nel mio paese. Una guerra fratricida che ha creato un grande caos nel tessuto sociale e di cui ancora ho purtroppo un triste ricordo.

Fuggire il terrore delle armi mi ha portato in un villaggio sconosciuto, quello dei vicini perché era più vicino alla grande città di Abidjan. Lì, ero costretto ad adattarmi alla vita rurale.

Ricordo il mio primo giorno nelle piantagioni con un sorriso. Infatti fu un vero disastro e un’occasione di presa in giro, la gente mi chiamava il “bianco” perché non sapevo usare il machete per tagliare l’erba. Ho dovuto superare questo stato di fatto e due settimane dopo, il metropolitano era diventato più campagnolo dei campagnoli stessi.

Pantaloni corti strappati, piedi nudi, torso nudo, un bidone d’acqua di venti litri in ogni mano o sulla testa camminando per due chilometri per raccogliere l’acqua nel fiume e farci il bagno prima di tornare a casa. Ecco come ero diventato, e ormai nessun abitante del villaggio mi poteva prendere in giro! Ero diventato un altro. Barba lunga, più svelto di prima ma avendo imparato tante cose sul mio paese e su come vivono le persone in campagna.

Ho imparato ad ascoltare perché mi avvicinavo alle persone anziane che mi insegnavano la saggezza. Spesso si sente dire che in Africa, un anziano che muore è una biblioteca che brucia e io ho avuto questa chance di “leggere”, anzi, di ascoltare e osservare loro prima che bruciasse la biblioteca.

In questo villaggio, sono stato accolto come uno di loro e mi hanno trattato con dignità e rispetto. Mi hanno insegnato che un vero uomo deve essere una persona aperta, preparata e pronta a mettersi al servizio degli altri.

Per due mesi, siamo stati i loro ospiti e abbiamo così preservato le nostre vite.

Dopo mesi di conflitti intensi che hanno prodotto più di tremila morti, siamo dovuti tornare in città. Al nostro ritorno, abbiamo notato che la vita aveva ripreso il suo corso normale, ma molte case avevano subìto furti come quella di mio padre. Per fortuna, quella di mia madre era rimasta tale e quale.

Sotto il nostro mango, non c’era nessuno perché molti ragazzi erano fuggiti come me, ma telefonicamente eravamo in contatto e dicevo loro di tornare a casa perché le ostilità erano finite.

Un mese dopo, l’atmosfera era simile a quella prima della guerra. I ragazzi erano tutti tornati e abbiamo ricominciato la nostra vita al punto dove l’avevamo lasciata. Si pensava di fare un’escursione sulla spiaggia di Grand-Bassam. Un posto fiabesco in cui c’era la gioia e dove si poteva mangiare un appetitoso pesce gatto alla brace con l’attiéké, una sorta di couscous a base di manioca, un piatto tipico della Costa d’Avorio.

Mentre preparavo insieme agli amici questa escursione, sentivo il mio cellulare vibrare nella tasca del mio pantaloncino. Questa telefonata mi aveva illuminato la giornata e avevo una ragione in più per uscire e divertirmi con i miei cari amici.

Purtroppo non siamo riusciti ad andare tutti insieme in questo bellissimo posto organizzando una festa in modo da raggruppare i giovani e far cadere il muro di diffidenza e di odio costruito dalla guerra di cui non avevamo più bisogno.

I consigli ricevuti durante la guerra da parte dei saggi mi sono serviti per socializzare aprendomi agli altri. Ho notato con gioia che gli altri si aprivano anche con me, l’ho chiamata la politica del “dare e del ricevere”!

La settimana dopo, il caldo era sempre al rendez-vous e dall’intensità del sole potevo dedurre che era mezzogiorno. Per assicurarmi sull’esattezza del tempo avevo allungato la mano sinistra fino al capezzale del mio letto per prendere il mio cellulare.

Non mi sbagliavo, eravamo le dodici e sedici e si sentiva fuori la gente parlare, i venditori ambulanti, i passanti e i bambini gridare e giocare nell’aspettativa del “segnale”.

Mia madre entrava in camera mia con l’intenzione di svegliarmi ma ero già sveglio, pronto ad andare in bagno e farmi la doccia.

Tutti a casa mi aspettavano perché era un grande giorno. Avevo un appuntamento con il mio destino. Un appuntamento in grado di “cambiare” drasticamente la mia vita e forse quella di tutta la mia amata famiglia.

Dopo mezz’ora, ero pronto, elegantemente vestito, profumato con il prezioso profumo da donna di mia madre, un profumo che lei usava per momenti importanti come questi.

A chi importava che tu fossi profumato con un profumo da donna?! Era la risposta ironica di mia madre quando le dicevo di non voler avere addosso un profumo da donna.

Ma capivo che era per lei un contributo significativo per accompagnarmi nella mia ricerca della felicità, una sorta di talismano.

Vestito da signore, in mezzo a tutta la grande famiglia, ricevevo consigli e benedizioni. Mia madre aveva fatto la tavola e mi diceva:

“Oggi tutti a tavola perché tu ormai vivrai così”.

Ho sorriso e le ho detto:

“Ma rimango lo stesso Guy e mangiamo come l’abbiamo sempre fatto, tutti insieme”.

A grandi eventi con grandi mezzi quindi non potevo permettermi di utilizzare i mezzi pubblici di trasporto, sempre pieni di gente e potevo sgualcire il vestito da grandi occasioni che indossavo! Ho scelto di uscire in taxi con le mie valigie e dopo venticinque minuti ero all’aeroporto internazionale “Felix Houphouet Boigny” perché il sesamo dell’Europa mi aveva accettato.

L’emozione era al suo punto più alto, ed ero pronto ad imbarcarmi. Mia madre allora mi prese tra le sue braccia con forza e mi disse:

“Hai la mia benedizione figlio mio e sappi che ti voglio molto bene. Sei la mia ragione di vita!”.

Insomma un giorno indimenticabile in cui ho capito quanto tenevo ai miei e quanto loro tenevano a me. Ho anche pianto soprattutto quando mi abbracciava la mamma.

Ho avuto l’opportunità di venire in Italia, ma ho dovuto lasciare i miei amici, anzi la mia famiglia. Si dice spesso che partire è un po’ come morire, ma io ho dovuto morire per un po’ per formarmi ed essere ancora più utile a tutti.

Arrivato in Italia ho iniziato con l’apprendimento della lingua italiana che continuo sempre a studiare con impegno e con un grande piacere. L’impegno messo nell’apprendimento della lingua del Paese di insediamento, mi ha permesso di mettere in pratica i consigli degli anziani africani, mettermi al servizio degli altri attraverso la mia passione, la scrittura. Essendo qui da cinque anni, mi sono dimenticato un po’ l’odore della mia terra, ma la mia vicinanza attuale con africani in generale, e ivoriani in particolare, mi ha permesso di ritrovare un pochino di Costa d’Avorio sia nei piatti che assaggio in alcune famiglie ivoriane, sia nelle feste che organizza l’associazione degli ivoriani in Umbria.

I ricordi del paese di origine mi permettono di custodire con fervore le tradizioni africane, basate sul rispetto e l’abnegazione trasmessi dai genitori e dagli anziani. Il rispetto mi permette di crearmi una rete di amicizie, mentre l’abnegazione mi dà grinta per andare oltre i miei limiti per sperare di condurre un giorno una buona vita e aiutare i bisognosi. Un proverbio africano dice a proposito:” Un uomo solo uccide l’elefante ma tutto il villaggio ne approfitta”.

Vorrei dedicare questi scritti alle persone che hanno perso la vita durante la guerra in Costa d’Avorio. Non sono purtroppo riuscite a preservare le loro vite come lo feci io, grazie alla bontà della famiglia Akmel Jean e del popolo Adioukrou di Orbaff che ci ha ospitato, noi profughi nel proprio Paese.

La Costa d’Avorio è un paese multietnico con più di sessanta etnie e lingue e dove il francese è la lingua ufficiale e di comunicazione per eccellenza, però, facciamo sempre la promozione delle nostre lingue africane, simbolo della nostra identità culturale. Possediamo un clima caldo e umido,  tre fiumi: Sassandra, Comoé, Bandama; una laguna del nome Ebrié e una mezza dozzina di spiagge con sabbia bianca. Oltre a questi doni naturali, c’è in Costa d’Avorio un monumento di cui si parla poco, la più grande basilica del mondo! La Basilica Notre Dame di Yamoussoukro, sorella quasi gemella della Basilica di San Pietro a Roma.

La Costa d’Avorio, la mia terra, il mio amore, il mio leitmotiv  paradisiaco che custodisco con amore nel mio cuore e per sempre.

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