La storia di Shaza: da Damasco a Perugia grazie ai corridoi umanitari

Sono molti i migranti che ogni anno cercano di raggiungere l’Europa affidandosi a persone senza scrupoli ed avventurandosi in viaggi molto pericolosi. Sono pochi i fortunati che sono riusciti a prendere un’altra strada. Abbiamo fatto una chiacchierata con Shaza, una donna siriana che con la sua famiglia è riuscita a raggiungere l’Italia grazie ad un...

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Sono molti i migranti che ogni anno cercano di raggiungere l’Europa affidandosi a persone senza scrupoli ed avventurandosi in viaggi molto pericolosi. Sono pochi i fortunati che sono riusciti a prendere un’altra strada. Abbiamo fatto una chiacchierata con Shaza, una donna siriana che con la sua famiglia è riuscita a raggiungere l’Italia grazie ad un corridoio umanitario: scopriamo qualcosa della sua vita, di come è arrivata qui in Umbria, e di come è cambiata la sua vita da quando ha lasciato il suo Paese.

Ciao Shaza, ci puoi parlare un po’ di te e di come sei arrivata a Perugia?

Sono venuta con la mia famiglia, io, mio marito e due figli. Siamo in Italia da due anni, e viviamo a Perugia.

Quando ero in Siria ero insegnante di economia. Stavamo bene a Damasco, ma viverci era diventato troppo difficile, e lo stesso valeva per tutto il Paese. Si diceva che nella capitale la situazione fosse tranquilla, ma ovviamente non era così. Ora sembra che si stia meglio: la mia famiglia e i miei amici sono rimasti in Siria, e dicono che ora sono al sicuro. Non ci sono tante armi in giro come prima, ma mancano molte cose per vivere che rendono la quotidianità più semplice, come l’acqua, o il gas… La situazione ancora non è tornata alla normalità, ma almeno al contrario di altre zone della Siria non ci sono scontri armati.

Come siete riusciti ad uscire dal Paese?

Grazie alla Comunità di Sant’Egidio, con i corridoi umanitari: un nostro amico conosceva la Comunità, e attraverso lui siamo entrati in contatto con questa associazione che fa arrivare in Italia le persone che fuggono dal loro Paese in modo regolare e sicuro. Aiuta anche a fare i documenti per rimanere in Italia e per integrarsi.

Come sono stati i primi tempi quando hai lasciato la Siria?

Molto difficili, abbiamo cambiato molte case, e quando ci sono dei bambini tutto diventa più complicato. Soprattutto quando siamo stati in Libano: è un Paese molto caro, e per questioni storiche c’è antipatia tra siriani e libanesi.

Quando siamo arrivati qui è stato ugualmente complicato, ma per motivi diversi: ci pesava non avere tempo per stare da soli, e in più non sapevamo cosa fare. In un primo momento ci ha aiutato la Caritas, poi con la nostra parrocchia siamo riusciti piano piano a sistemare tutto.

Ora mio marito lavora: era un cuoco in Siria ed è riuscito a continuare la sua professione anche qui in Italia. I miei figli vanno a scuola…

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Università per Stranieri, Palazzina Valitutti

… e hai ricominciato ad andare a scuola anche tu! Com’è tornare tra i banchi?

Sì, sono di nuovo una studentessa a tempo pieno! Ora studio all’Università per Stranieri, seguo il corso di laurea in Relazioni internazionali. All’inizio è stato difficile ricominciare a studiare, in un posto nuovo e in una lingua diversa poi… ma lo studio non finisce mai, no? Conoscere persone nuove, nuove mentalità diverse, e l’Università per Stranieri è perfetta da questo punto di vista, mi sta piacendo molto.

Come mai hai cambiato area di studio?

Ci sono molti punti di contatto tra politica ed economia! E quando ho deciso di tornare a studiare e ho iniziato cercare un ambito vicino a quello che insegnavo in Siria, mi sono interessata allo studio della politica internazionale. Ci capita di parlare anche del mio Paese e della situazione politica, è molto interessante!

Torniamo ai corridoi umanitari: ci puoi dire cosa ne pensi?

Per me è il modo migliore per arrivare in Europa, tutti gli altri modi sono troppo pericolosi, in mare, o in carovane… speriamo che questo progetto si ampli, ma c’è molto da fare. Organizzazioni come la Comunità di Sant’Egidio sono molto attive, ma servono altre organizzazioni che facciano lo stesso lavoro per aiutare più persone possibili. Bisogna trovare la via giusta per dare una mano a queste organizzazioni.

Ha conosciuto altri che sono arrivati con i corridoi umanitari?

Sì, vengono da tutte le città siriane, o dalla Somalia… anche se non abbiamo molti contatti con loro, più che a Perugia vivono a Milano, o a Roma. In realtà non parliamo di grandi numeri, circa 2000 forse, che rispetto ai 6 milioni che sono fuggiti dalla Siria sembrano niente. Ma del resto non si può pretendere troppo dalle organizzazioni che se ne occupano, fanno già moltissimo con la loro capacità.

Tu sei tra i pochi che sono riusciti ad arrivare in Italia in modo sicuro, con l’assistenza di un’organizzazione attraverso i corridoi umanitari. Secondo te cosa rende così complicato per molti altri fare quello che tu e la tua famiglia siete riusciti a fare?

Guardando a quello che succede in Libia, o in altri posti dove c’è la guerra… sfortunatamente la guerra non finisce mai, quindi bisogna trovare un modo per aiutare le persone. Iniziare una guerra è molto facile, ma chi viene coinvolto sono i civili, che cercano di salvare le loro vite come possono. È un loro diritto. Costruire muri o promuovere politiche per evitare il problema non serve, bisogna fare qualcosa per aiutare queste persone e superare la logica del “noi e loro”. Per esempio, in Germania, in Svezia, nei Paesi del nord Europa dove sono milioni i rifugiati, hanno trovato il modo per accogliere e far integrare queste persone nella società, per esempio attraverso il lavoro. Non li considerano una minaccia. È questa per me la strada da seguire.

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