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Viene da Terni l’opera che racconta la ‘giungla di Calais’

Alessio Patalocco , poliedrico architetto ternano, assistente all’università di Roma Tre nella cattedra di Storia dell’Architettura con un dottorato in Disegno Urbano Sostenibile e autore di progetti risultati vincitori in diversi contest di architettura finiti in riviste di settore italiane ed estere, oltre a diversi interventi di “arte pubblica”, stavolta si cimenta con un tema nuovo: l’immigrazione....

Alessio Patalocco , poliedrico architetto ternano, assistente all’università di Roma Tre nella cattedra di Storia dell’Architettura con un dottorato in Disegno Urbano Sostenibile e autore di progetti risultati vincitori in diversi contest di architettura finiti in riviste di settore italiane ed estere, oltre a diversi interventi di “arte pubblica”, stavolta si cimenta con un tema nuovo: l’immigrazione. Lo fa realizzando un’opera destinata a Calais, città simbolo di migrazioni e transito di essere umani, con una commissione importante come quella di Amnesty International. Ne parliamo direttamente con lui.

Stai per vedere una tua opera legata al tema dell’immigrazione installata a Calais, cittadina francese simbolo della ‘durezza’ della frontiera. Che effetto fa?

Direi che è un bel gioco di emozioni contrastanti: ovviamente sono contento e orgoglioso di presentare un’opera ai passanti di Calais ma, al contempo, sento un bel po’ di ansia mista a tensione legata al fatto di affrontare un tema così grande e in un contesto così difficile. Spesso, quando ti misuri con un tema come questo, rischi di cadere nella retorica o nella banalità: può accadere che pensi di conoscere l’argomento che, alla fine, ti si rivela più oscuro di quel che pensavi all’inizio. Forse questo è uno di quei casi. Tutto sommato Calais e i suoi abitanti sono molto meno duri e arrabbiati di quanto si dipingono. Allora ti chiedi: starò esagerando? Sarò in grado di cogliere questo momento? Saprò stimolare qualcosa? Tutto questo servirà a qualcuno? E resti senza risposta.

 La tua creazione è legata alla “Giungla di Calais”. Di che si tratta?

Ho pensato che un punto di passaggio come Calais avesse bisogno di un vero e proprio menhir (megaliti (dal greco “grande pietra”) monolitici (da non confondere con i dolmen, polilitici e solitamente assemblati a portale, eretti solitamente durante il Neolitico, ndr): a me piace sempre cimentarmi con elementi storici rielaborati e riproposti utilizzando un linguaggio contemporaneo. Il linguaggio, inoltre, deve essere mio:il mio linguaggio contemporaneo.

Nella Giungla di Calais, alla fine, nessuno stanziava per tanto tempo. Allora un menhir “fisico” può avere il pregio di essere testimone del tempo che passa, A differenza di un’informazione digitale che invece si perde. I menhir, anticamente, contenevano messaggi utili lasciati ai viandanti. Le sagome e i disegni, difatti, avevano un carattere universale.

Parlaci della tua opera.

Si tratta di un muro di metallo lungo 24 metri, attorcigliato su di sé, che si sviluppa come un nastro piegato. Tale nastro è verniciato in un lato con spray acrilici bianchi e neri, dall’altro, invece, è stato lasciato arrugginire all’aperto.

Le sagome rappresentano un viaggio utilizzando figure riprese da un mio breve studio sull’arte rupestre. La tecnica della vernice spray consente di attualizzare subito le icone arcaiche, mentre il lato ruggine, alternato al lato dipinto, ricorda direttamente lo scafo di una nave: si richiama l’acqua, il tempo, il viaggio, il mare.

 Come nasce l’idea di realizzare un simile progetto?

 Nasce innanzitutto da un incontro con Fulvio Leoni, architetto, professore all’università di Romatre, attualmente membro di Amnesty International Italia: la sua idea è quella di promuovere i temi di Amnesty tramite l’arte urbana. Ci incontriamo e mi chiede : “Alessio faresti qualcosa per noi?” E io: “Certo, vorrei fare qualcosa che parli di viaggi.. A Calais!”

 Perché proprio a Calais?

Perché intanto è un luogo che ha acquistato notorietà grazie alla cronaca, dunque l’arte è quasi costretta a intervenire per creare nuovi spazi di riflessione collettiva; possibilmente distanti dall’appiattimento culturale al quale siamo stati abituati. Magari una riflessione sul valore del viaggio (appunto l’opera si chiama Voyage) e sulla migrazione (che Calais ha sempre testimoniato nei secoli) in questo luogo assume un senso profondo anche su noi stessi. Parlare di viaggi a Calais, insomma, è diverso che farlo a Porto Cervo ad esempio.

 Non hai mai lavorato sul tema dell’immigrazione. Come mai hai voluto cimentarti in questo campo?

Perché lo sentivo “caldo” da tempo. Perché fa rabbia tutta questa superficialità creata da una politica che cerca solo stupido consenso. Perché bisogna dire basta a questo atteggiamento criminale dei Salvini di turno che prendono consenso sfruttando l’acredine delle persone e, infine, perché bisogna ricordarci che le cose più belle che si possono fare, spesso, non hanno motivi facilmente spiegabili.

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