L’Italia, l’Umbria e le molte facce del razzismo

Andiamo dritti al punto: il razzismo non è semplicemente una brutta abitudine tipica di un piccolo gruppo di persone. Il razzismo, e lo stesso si può dire della discriminazione in tutte le sue forme, è un virus. In tempi difficili e tragici come questi, che stanno entrando nella storia per la pandemia Covid-19, può sembrare...

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Andiamo dritti al punto: il razzismo non è semplicemente una brutta abitudine tipica di un piccolo gruppo di persone. Il razzismo, e lo stesso si può dire della discriminazione in tutte le sue forme, è un virus.

In tempi difficili e tragici come questi, che stanno entrando nella storia per la pandemia Covid-19, può sembrare una forzatura, ma il paragone per chi scrive non è così assurdo. Esattamente come un agente patogeno, l’odio razziale infatti penetra attraverso la pelle e rischia di infettare chi ci entra in contatto, se non è protetto dalle giuste difese immunitarie.

Lo può capire chiunque abbia tenuto d’occhio il discorso pubblico negli ultimi anni: i discorsi d’odio, a base razziale o meno, sono ovunque. È molto difficile ricordarsi un momento nella storia recente (e ci fermiamo solo a quella, altrimenti l’impresa diventa assolutamente impossibile) in cui non si registrino casi in cui a farla da padrone è la visione distorta di chi viene percepito come “altro”, qualunque sia l’accezione che vogliamo dare al termine, negli ambiti più disparati.

Vogliamo iniziare con lo sport? Fonte di socialità e integrazione, è anche crogiuolo di argomenti beceri per eccellenza, in particolare quando si parla di stranieri.

  • ululati e altre episodi razzisti negli stadi, come all’inizio della stagione sportiva in corso, e non solo in Italia. All’estero, però, la reazione del mondo sportivo è stata generalmente più compatta in difesa dei giocatori insultati;
  • dichiarazioni improbabili da parte di alte cariche nel mondo dello sport e di presidenti di club (chi si ricorda del delirio su “Opti Poba” di qualche anno fa?);
  • persone “normali” che dicono cose come “complimenti a lei/lui, molto forte per carità, ma non si può dire che sia italiana/o”. Tirare la pietra e nascondere la mano, direbbe il proverbio, che sia al bar o sui social.

Soprattutto nel calcio, ma non solo. È successo oltre che a calciatori anche a pallavolisti, lottatori, corridori. Atleti, italiani o meno, la cui colpa sarebbe quella di avere un colore della pelle “diverso dal nostro”.

Verrebbe da dire che il razzismo è un retaggio subculturale che appartiene a molti, e che è molto trasversale nel suo campo di applicazione. E che le sue manifestazioni, se presenti quando la situazione è tranquilla, vengono prepotentemente fuori quando si affrontano situazioni di difficoltà.

Prendiamo casi recentissimi, tanto per tornare al tema con cui abbiamo iniziato. Parlando di Coronavirus, due esponenti di due importanti partiti politici hanno recentemente fatto dichiarazioni preoccupanti sul ruolo dei cinesi nella diffusione della malattia; uno in particolare, basandosi sul tipico pregiudizio sulle abitudini alimentari cinesi.

Il prodotto di questi pregiudizi si sono visti nelle scorse settimane: orientali guardati con sospetto, insultati, minacciati, picchiati. E attività commerciali che sono andate in crisi ben prima della chiusura forzata che sta toccando tutti nel mese di marzo.

Quelli a cui abbiamo accennato precedentemente non sono casi isolati nel mondo politico. Il basso livello del dibattito in Italia ha anzi da tempo messo in allarme ricercatori, associazioni ed organizzazioni, che si sono dati da fare per monitorare la situazione. È il caso ad esempio di Amnesty International, che ha deciso di adottare un sistema scientifico con il suo “Barometro dell’odio”: tra le elezioni politiche del 2018 e le europee 2019, gli attivisti della ONG hanno scandagliato le dichiarazioni dei candidati in lizza, scoprendo tra le tante pratiche non all’altezza (per citare lo studio, “turpiloquio, acrimonia, affondi ad personam”) anche un sempre alto numero di dichiarazioni o commenti con connotazioni razziste, circa uno ogni dieci interazioni prese in esame.

Tra le categorie più colpite africani e zingari (anche nel caso in cui, e questo dà se possibile ancora più da pensare, quando questi erano le vittime di crimini). Ma anche donne, e anche se in misura minore lgbti e disabili. La propaganda che si poggia sull’hate speech evidentemente ha sì dei bersagli “facili”, ma non disdegna colpire anche altrove, quando può servire obiettivi specifici.

La realtà, come ha spiegato la giornalista Annalisa Camilli sul mensile “Internazionale” in un sempre attuale articolo dello scorso anno, è che “In Italia come nella maggior parte dei paesi occidentali i crimini di odio, motivati da ragioni etniche, religiose e razziali sono in aumento da anni”, tanto da poter parlare di una vera e propria “emergenza razzismo”. Dati raccolti da diverse agenzie, governative e non, confermano come quella a sfondo razziale sia sempre la categoria di discriminazione più diffusa, anche in un contesto in cui i reati d’odio vanno comunque complessivamente e fortunatamente diminuendo.

E in Umbria la situazione qual è?

Basta ragionare su quello che osserviamo ogni giorno per darci una risposta, ma nel caso non bastasse, una ricerca su internet può darci alcuni strumenti aggiuntivi per farci un’idea.

Da 10 anni, ad esempio, il sito “Cronache di ordinario razzismo”, curato dall’associazione Lunaria (di Roma), raccoglie segnalazioni su quello che succede online in tema di razzismo, dividendo i risultati delle ricerche anche secondo la Regione. Se pensiamo che in Umbria il razzismo non esista, si possono trovare lì le prove che ci stiamo sbagliando: post razzisti o che incitano all’odio condivisi da politici locali, insulti nelle partite di calcio giovanili e non, azioni intimidatorie contro chi si batte per l’integrazione.

Oppure, ci ricorda del triste episodio del 2019 che ha visto protagonisti un bambino africano e un maestro di Foligno, o degli studenti cinesi aggrediti quasi esattamente due anni fa, nel marzo 2018. E questi sono solo i casi balzati agli onori della cronaca. Ce ne sono molti altri che possono tornarci in mente, scavando nella memoria o nelle pieghe di internet. Altri rimangono nascosti, per paura o per necessità.

Solo per fare un esempio, gli amici di Blog Niù avevano tempo fa raccontato la storia di una ragazza che aveva subito una discriminazione sul luogo di lavoro.

Detto tutto questo, va da sé che se il razzismo è pericolosamente diffuso, non vuol dire però che nessuno stia facendo nulla per combatterlo, anzi. Organizzazioni governative come l’UNAR, associazioni del territorio, privati cittadini si battono ogni giorno per cambiare lo stato di cose, con iniziative e progetti che puntano a promuovere l’inclusione degli stranieri nel tessuto sociale italiano ed umbro. Non assimilazione, ma un processo a due direzioni, in cui autoctoni e cittadini stranieri entrano in contatto l’uno con l’altro, riconoscendo ed appezzando le reciproche differenze.

Terminiamo con un pensiero positivo. Il giornale britannico The Guardian ha pubblicato un video per spiegare la situazione della comunità cinese in Italia, attraverso la testimonianza della titolare di un ristorante cinese di Roma.

Il video si chiude con una speranza, un appello, una chiamata alle armi: “Uniti vinceremo”. Contro il Coronavirus, e contro tutti i virus che rovinano la nostra vita.

 

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Questo articolo rientra nella campagna online di CSC-Credito Senza Confini per la XVI Settimana di azione contro la discriminazione razziale (16-22 marzo), promossa e finanziata dall’UNAR-Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale.
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