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Intervista alla psicologa De Leonibus

  Il lavoro dell’operatore di cooperativa o di centro di assistenza è estremamente difficile. Per questo motivo, oltre alla necessaria formazione iniziale, questa professione richiede un continuo lavoro di aggiornamento, specialmente dal punto di vista delle competenze psicologiche. Ne parliamo con la psicologa Rossella De Leonibus, formatrice per ANCI nell’ambito di molti progetti di aggiornamento...

 

Il lavoro dell’operatore di cooperativa o di centro di assistenza è estremamente difficile. Per questo motivo, oltre alla necessaria formazione iniziale, questa professione richiede un continuo lavoro di aggiornamento, specialmente dal punto di vista delle competenze psicologiche.

Ne parliamo con la psicologa Rossella De Leonibus, formatrice per ANCI nell’ambito di molti progetti di aggiornamento delle skills per operatori di questo tipo di realtà legate all’accoglienza di persone provenienti da Paesi Terzi.

“Purtroppo non sempre c’è la giusta continuità in questo tipo di lavoro di formazione continua – afferma subito la psicologa – in quanto queste attività sono legate a fondi ministeriali e ai relativi progetti. Eppure la formazione permanente e la supervisione delle equipe che operano nel contesto degli Sprar, restano fondamentali. Prima delle legge Bossi-Fini si faceva molta più formazione di tipo psicologico anche alle forze di polizia, a chi opera nei tribunali e al personale sanitario. Adesso gli ambiti sono molto più ristretti, a fronte invece di un urgente bisogno di formazione ad esempio agli insegnanti nella scuole, dove ormai gli stranieri di seconda generazione sono moltissimi. Vedremo se con il cambiamento dei decreti la situazione della formazione su questi temi migliorerà”.

 

Tornando al tema dei centri di accoglienza, primo presidio e primo contatto che le persone provenienti dai Paesi terzi hanno con la nostra cultura, quali sono le tematiche principali che lei affronta nei corsi di formazione agli operatori dei centri?

“La formazione si incentra innanzitutto sulle tecniche di comunicazione, che sono il focus del loro lavoro. Poi affronto l’area dell’elaborazione dello stereotipo e del pregiudizio, meccanismi psicologi del pensiero che possono bloccare altri tipi di relazione. Si lavora inoltre sull’empatia, la cura, la comunicazione interculturale e la mediazione dei conflitti (queste assieme ad altre figure professionali). Poi cerco di fornire strumenti per la relazione di aiuto, con i quali gli operatori riescano a dare motivazione a queste persone, aiutandole a intraprendere percorsi lavorativi e di formazione che sono indispensabili per accedere ad alcun aiuti: ascolto attivo, gestione della relazione, gestione del conflitto e dei confini, tutte cose indispensabili per chi svolge questo delicato lavoro”.

 

Quali principali difficoltà emergono sul piano psicologico per gli operatori dei centri di accoglienza?

“Sicuramente tutti si scontrano con una certa idealizzazione di questo lavoro, che sempre parte da una forma molto elevata di desiderio di costruzione di un’alternativa sociale, con un grande slancio etico. Poi al momento dell’impatto con la realtà tutto diventa più concreto, ci si accorge di cose di cui normalmente non si parla, come del razzismo, delle differenze di religione, etc. Poi l’operatore scopre che questi strumenti che servono sono tanti e delicati da usare, in particolare quello di sapere regolare le proprie emozioni”.

Resta da dire che le persone accolte nei centri Sprar e simili provengono da situazioni molto gravi di vita e hanno un carico emotivo molto forte, che somatizzano o esprimono in maniera differente da noi. Inoltre, dopo percorsi molto lunghi e permanenze anche di due anni nei centri, le persone si esasperano, assumono un’immagine di sé deteriorata.

“Nella vita del migrante si alternano speranza e disperazione, ci sono vissuti di frustrazione molto forti e molto seri che un operatore si trova a dover accompagnare e accogliere, essendo l’unico punto di riferimento del migrante: rabbia, frustrazione, senso di impotenza, il migrante le esprime con l’operatore che quindi deve possedere necessariamente queste forti competenze relazionali”.

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