Immigrazione e informazione nell’era dell’ hate speech e delle fake news: intervista a Paola Di Lazzaro

Umbria Integra ha deciso di dedicare uno speciale approfondimento alla tematica dell’incitamento all’odio, o hate speech, per comprenderne meglio la natura, i contesti, e individuare strategie per arginarlo e contrastarlo. Abbiamo intervistato Paola Di Lazzaro, esperta di Comunicazione e Diritti Umani e giornalista, che attualmente collabora con il Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza...

Umbria Integra ha deciso di dedicare uno speciale approfondimento alla tematica dell’incitamento all’odio, o hate speech, per comprenderne meglio la natura, i contesti, e individuare strategie per arginarlo e contrastarlo.

Abbiamo intervistato Paola Di Lazzaro, esperta di Comunicazione e Diritti Umani e giornalista, che attualmente collabora con il Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio e svolge attività formative e seminari in materia di comunicazione e diritti umani per conto di Associazioni, Enti pubblici, Ordine dei giornalisti, Università.

 

Secondo l’Ignorance Index di IPSOS MORI, l’Italia risulta essere il paese con il più alto tasso del mondo di ignoranza sull’immigrazione. C’è una ragione specifica che giustifica questo dato?

Vorrei premettere che la percezione del fenomeno migratorio non è cosi distorta solo in Italia, è  una caratteristica che ci accomuna a molti paesi, in Europa e non solo, ma ricordo bene quel sondaggio, è del 2014, e ne veniva fuori che nel nostro paese le persone pensano che i residenti stranieri sono il 30% della popolazione, quando invece sono circa il 7%. Non so quanto si discosterebbe il dato oggi. Quello che è certo e che, un’indagine come quella che ogni anno realizza l’Istituto britannico, ci dimostra una generalizzata e diffusa tendenza a interpretare male, o ad ignorare  alcuni aspetti della realtà.

Sicuramente c’è tanta responsabilità da parte di chi fa informazione. Se da anni il tema dei migranti è al centro delle agende politiche e mediatiche è impensabile che le persone non conoscano i dati reali del fenomeno.  Bisogna però aggiungere che le paure incidono sulla stima dei fatti e sull’idea di intolleranza.

Più che di ignoranza parlerei, usando termini presi in prestito dalla psicologia sociale di “analfabetismo numerico emotivo” o di “ignoranza razionale”. Spesso le persone di fronte alla paura che a torto o a ragione suscitano temi complessi come quello della migrazione, rispondono  a livello emotivo piuttosto che con l’attitudine a ragionare attraverso numeri e fatti.

 

Quali sono i canali attraverso cui gli italiani si informano di più?

Secondo l’ultimo rapporto Censis sulla comunicazione il telegiornale è ancora la prima fonte d’informazione degli italiani (per il 60,6%), ma a seguire, e forse per qualcuno sarà una sorpresa, c’è Facebook: più di un italiano su tre si informa soprattutto lì. Percentuale che sale al 75% per gli under 30, e questo delinea chiaramente quella che sarà la tendenza del futuro.

 

E i giornali?

Non li legge più nessuno mi verrebbe da dire, ma la realtà è che mentre la radio ha tenuto come mezzo di ascolto e informazione, compensando con l’online le perdite dall’analogico, i quotidiani no. Basti pensare che dal 2000 ad oggi le copie di quotidiani vendute giornalmente sono passate da quasi 6 milioni, a meno di 3 milioni.

 

Che ruolo hanno i media nella costruzione e conferma degli stereotipi contro i migranti?

Se consideriamo le caratteristiche principali degli stereotipi, essere schematici e dare una rappresentazione assai semplificata della realtà, beh non possiamo non dire che negli anni telegiornali e giornali, hanno contribuito a creare un’immagine dello straniero schiacciata sulla sola dimensione della cronaca nera, dell’insicurezza e dell’emergenza. Ci sono tante ricerche in proposito a dimostrarlo. Il racconto dell’immigrazione da ormai più di trent’anni ruota intorno  quattro o cinque temi ricorrenti: gli sbarchi, le rivolte, la criminalità, le donne con il velo. Oppure sull’epopea di quelli che ce la fanno ad integrarsi. Storie di super eroi.

 

Che differenza c’è tra stereotipo e pregiudizio?

Nell’accezione comune i termini stereotipo e pregiudizio vengono spesso associati e accomunati, ma in realtà hanno significati abbastanza differenti. Procedere per stereotipi è in qualche modo una tendenza “naturale” degli esseri umani che hanno necessità di classificare e orientarsi velocemente nell’ambiente che li circonda. Il pregiudizio è l’atteggiamento che consegue allo stereotipo e fa si che noi ci comportiamo in maniera apertamente sfavorevole o favorevole  (esistono anche i pregiudizi “positivi”) verso qualcuno. Per fare un esempio, se ho lo stereotipo che i neri hanno il ritmo nel sangue mi stupirò nel vedere un senegalese che non sa ballare. O se penso che i musulmani sono potenziali terroristi, o i rumeni tutti ubriaconi e attacca brighe, etc. difficilmente deciderò di affitargli casa o offrirgli un lavoro.

 

Quali strategie di comunicazione alternativa e positiva potrebbero essere utilizzate per scardinare stereotipi e pregiudizi?

Credo che la sfida per chi si occupa di comunicazione sociale oggi sia quella di riuscire ad inserire il tema dell’immigrazione nel quadro dei diritti umani. Le persone sono molto più attente di quello che si pensa rispetto alle violazioni dei diritti. Ma oggi questi valori, inscritti nei grandi trattati internazionali ma anche nella nostra Costituzione, sono a rischio. E’ un tema complesso perché la fragilità a cui ci si sente esposti come singoli, specie dopo e per colpa delle crisi economiche, ci ha impauriti ma soprattutto ha creato sfiducia verso l’idea, ad esempio, che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali (Articolo 3 della Costituzione). E invece è questo il momento di ricordare che non solo il razzismo è anticostituzionale, ma è una lesione dei diritti umani, che sono un corpus che ha senso solo se lo si vede e lo si difende nella sua unicità. Lasciare le porte aperte al razzismo significa che domani lo si farà anche per calpestare i diritti delle donne, delle persone con disabilità, delle persone lgbt, degli anziani, dei giovani e cosi via.

 

Quale rapporto esiste tra stereotipi, pregiudizi e discorso dell’odio?

Il focus dell’odio online si è spostato nel tempo, passando dalle tre macrocategorie indicate nella definizione data dal Consiglio d’Europa (odio politico, razziale, religioso) ad argomenti di tipo quotidiano. Oggi sul web ci si odia e ci si si scontra su tutto e per tutto, dalla scelta di una Miss Italia, all’obbligo dei vaccini. Più che di stereotipi e pregiudizi in questo caso parlerei di camere dell’eco, e di bolle di contatti in cui tutti la pensano allo stesso modo e vince l’effetto branco: più uno alza i toni, più gli altri lo applaudono.

 

Parlando di discorso dell’odio, quali sono i limiti per la libertà di espressione?

I limiti della libertà di espressione in realtà sono chiari e sono stabiliti dalla legge. Il problema è come fare a rispettare la legge nel momento in cui ad esempio in Italia Facebook ha oltre trenta milioni di iscritti. Chi può tecnicamente controllare e monitorare tutte le centinaia di migliaia di conversazioni sulla rete? Una commissione preposta? E’ irrealistico solo a pensarci. Le macchine?  Andrebbe bene per una puntata distopica di Black Mirror.

Nel frattempo qualche giorno fa il proprietario di Facebook , Mark Zuckerberg, ha dichiarato che il suo obiettivo personale per il 2018 è di mettere gli utenti di Facebook al sicuro dall’hate speech e dalle fake news. Ecco io non lo lascerei fare da solo, mi sembrerebbe un tantino pericoloso. E’ un tema che ci riguarda tutti, a partire dalla politica, dalla scuola, e ovviamente da chi fa informazione.

 

 

 

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