Il (vero) problema con l’ottenimento della cittadinanza in Italia

Ormai di dominio pubblico è la notizia del calciatore Suarez (ex Barcellona e per un po’ obiettivo di mercato della Juventus), del suo esame di italiano a Perugia per ottenere la cittadinanza per ricongiungimento famigliare, e delle “scorciatoie” prese per assicurarsi l’agognato livello B1. Delle storture che sembrano esserci palesate nel sistema delle certificazioni, degli...

italiani senza cittadinanza

Ormai di dominio pubblico è la notizia del calciatore Suarez (ex Barcellona e per un po’ obiettivo di mercato della Juventus), del suo esame di italiano a Perugia per ottenere la cittadinanza per ricongiungimento famigliare, e delle “scorciatoie” prese per assicurarsi l’agognato livello B1.

Delle storture che sembrano esserci palesate nel sistema delle certificazioni, degli interessi in comune tra il mondo universitario e quello calcistico, e soprattutto delle responsabilità per quella che sembra essere stata una frode, non è nostro compito indagare (è il lavoro della Procura e della Giustizia sportiva), né tutto sommato è di nostro interesse: è pieno il web di giornali che sulla base di fonti più o meno affidabili stanno trattando gli aspetti più scandalistici e “mainstream” della vicenda.

Preferiamo invece portare l’attenzione su un aspetto meno discusso, ma secondo noi ben più importante perché ha ricadute dirette sulla vita di migliaia di persone con cui viviamo ogni giorno a stretto contatto. Parliamo del sistema vigente in Italia per l’ottenimento della cittadinanza.

Le procedure per ottenere automaticamente la cittadinanza nei vari ordinamenti in giro per il mondo possono essere ricondotti a due sistemi principali: cittadinanza iure soli e cittadinanza iure sanguinis. Rispettivamente, la possibilità di essere riconosciuto come cittadino a seconda se si è nati nel Paese in questione (è il sistema vigente ad esempio in USA o, anche se in modo più blando, in Germania) o se si è figli di cittadini di quel Paese.

Per quanto riguarda l’Italia, dove a parte i casi di apolidia si segue il principio dello ius sanguinis, inoltre, la legge dice che si ha la possibilità di richiedere la cittadinanza anche nel caso in cui si sia discendenti di un cittadino italiano emigrato in un Paese dove vige lo ius soli. Quello che importa, insomma, è la presenza di un italiano o di un’italiana nell’albero genealogico, il proprio o quello del coniuge.

Quest’ultimo è il caso del calciatore, che ha fatto domanda per diventare cittadino italiano in virtù della cittadinanza italiana della moglie, nipote di emigrati italiani, senza che però né lui né la compagna abbiano mai vissuto in Italia. Tempo per completare la domanda? 15 giorni.

Prendiamo invece una qualsiasi altra persona che nasca in Italia o vi arrivi in tenera età: rispettivamente, dovrebbe aspettare i 18 anni o aver soggiornato ininterrottamente in Italia per 10 anni prima di poter richiedere la cittadinanza, e a quel punto aspettare altri 4 anni  (e sperare che la domanda non venga rigettata) prima di poter essere ufficialmente considerato “cittadino italiano”.

Il risultato? La contraddizione di avere in Italia oltre un milione di persone che si sono fatti una vita nel nostro Paese ma non ne sono cittadini perché:

  • ancora minorenni
  • maggiorenni, ma devono aspettare tempi burocratici
  • maggiorenni che non hanno fatto richiesta

, mentre secondo la Farnesina circa 80 milioni di potenziali cittadini italiani, che però conoscono poco o nulla del Paese, potrebbero richiedere la cittadinanza senza incontrare problemi di sorta.

Si parla insomma di un sistema farraginoso  e dispendioso in termini di soldi e di tempi di attesa, che di fatto tratta in modo ineguale i residenti in Italia, privando alcuni di loro di diritti (un su tutti, il diritto di voto) e possibilità (partecipazione a concorsi e bandi Erasmus, o di fare semplici viaggi all’estero anche nell’UE, solo per fare gli esempi più banali), ma lasciando in piedi tutti i doveri del caso.

Siamo partiti dall’affaire Suarez, ma vediamola vicenda da una prospettiva che non sia banale o sensazionalistica: quello del problema della cittadinanza italiana come attributo a chi si senta pienamente italiano. Se la cittadinanza è il modo che ha lo Stato per riconoscere chi è completamente integrato, perché riconoscerla solo in virtù dell’albero genealogico (lasciando perdere il discorso sulle “scorciatoie” a chi può fare le pressioni giuste), ma non a chi nasce, studia, fa sport (anche ad alti livelli), ama, lavora, insomma VIVE in Italia?

Una contraddizione a cui non sembra possible trovare una soluzione. Quasi grottesco l’epilogo della discussione sul cosiddetto “ius soli temperato“negli ultimi giorni della scorsa legislatura, a causa il mancato raggiungimento del numero legale in Senato; ora, anche a causa di tutto quello che è successo negli ultimi mesi, delle tre proposte di legge presentate in Parlamento nessuna è ancora entrata nella fase di esame da parte del Parlamento.

Forse anche sull’onda di quanto successo questa settimana, Neri italiani black italians (Nibi) e il movimento Black lives matter-Roma (Blm-Roma) hanno chiamato a raccolta chiunque sia toccato o interessato al tema per una manifestazione fissata per il prossimo 3 ottobrea Roma, per incoraggiare una discussione sul tema e sulla proposta di legge.

Il gruppo “Italiani Senza Cittadinanza” si è invece appellata al Ministro dell’Interno Lamorgese, per avanzare le rivendicazioni di tutti coloro che hanno il diritto, nono riconosciuto dallo Stato, di essere considerati Italiani a tutti gli effetti.

la forma è quella della lettera, che si può firmare qui. Eccola qui sotto:

 

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