Hate speech: cosa è, cosa fare per combatterlo

In tema di hate speech Umbria Integra ha avuto modo, qualche tempo fa, di fare qualche domanda a Giovanni Ziccardi, Professore di Informatica Giuridica presso la Facoltà di Legge Università di Milano e autore del testo “L’odio on-line” e di numerose altre pubblicazioni sul tema. Su hate speech, la protezione delle sue vittime e la...

In tema di hate speech Umbria Integra ha avuto modo, qualche tempo fa, di fare qualche domanda a Giovanni Ziccardi, Professore di Informatica Giuridica presso la Facoltà di Legge Università di Milano e autore del testo “L’odio on-line” e di numerose altre pubblicazioni sul tema.

Su hate speech, la protezione delle sue vittime e la tutela della libertà di espressioni esistono due grandi approcci: americano ed europeo. Qual è la differenza tra i due?

La differenza di approcci tra l’Europa e gli Stati Uniti nasce dopo la seconda guerra mondiale. In Europa si fa la scelta di permettere agli Stati di regolamentare con delle leggi il pensiero delle persone e in particolare l’istigazione all’odio, perché si aveva il ricordo della propaganda fascista, del nazismo, dei totalitarismi, mentre negli Stati Uniti, già da molto tempo prima, con il I emendamento della Costituzione, si era fatta la scelta di lasciare libere le idee. L’intervento del governo, quindi, si vede come qualcosa di dannoso. Queste distinzioni erano valide nei tempi pre-tecnologici, dove Europa e Stati Uniti, fatta eccezione per i confronti commerciali, non si parlavano tanto. L’era dei social network e delle piattaforme nordamericane che contengono dati europei, hanno riproposto il problema in maniera molto urgente. Le piattaforme americane si sono date delle regole che stanno venendo un po’ incontro alle esigenze dell’Europa, ovvero rimuovono contenuti che la loro legge riterrebbe leciti e che invece l’Unione Europe vede come istigazioni all’odio, quindi anche la storia sta cambiando a causa delle tecnologie. I meno romantici dicono che lo stanno facendo per evitare sanzioni molto pesanti in Europa. Di sicuro sono due approcci che non si parlano tra di loro. Alcuni studiosi hanno cercato un approccio intermedio, cioè lasciare la libertà d’espressione all’americana ma essere anche molto attenti all’esigenza delle vittime d’odio; in generale l’Europa è più attenta ai gruppi che vengono discriminati. Credo che questo sia un approccio molto corretto, che si basa sul concetto di dignità civica, sul fatto che la persona offesa deve poter vivere nella società in una maniera dignitosa, non discriminata. Un buon compromesso tra l’attenzione degli Stati Uniti alla libertà della manifestazione del pensiero e l’attenzione dell’Europa a disciplinare i casi estremi, si può raggiungere.

Nel quadro normativo italiano, cosa si può effettivamente considerare hate speech e cosa no?

Per tradizione si considera incitazione all’odio, come dice la legge Mancino, quella che riguarda tendenzialmente la razza, la religione, la politica e l’omofobia. È anche vero che delle definizioni più moderne dell’Unione Europea che risalgono agli ultimi dieci anni hanno cercato di estendere questa protezione anche ai migranti, per arginare il simbolismo, l’etnocentrismo, i nazionalismi. Quindi diciamo che anche la legge sta cercando di allargare un po’ l’idea di espressione d’odio, partendo dalle quattro categorie tradizionali e spostandosi verso tutto quello che può discriminare le persone nella società o che può mostrare in maniera positiva dei simboli che ricordano invece dei periodi di discriminazione – e qui il reato di apologia.

Esiste, secondo lei, uno strumento, per avviare un processo di responsabilizzazione delle persone rispetto alle proprie azioni in rete e alle loro conseguenze?

L’anonimato in rete, per quanto riguarda le espressioni d’odio, è in forte calo. Ci sono ancora delle persone che usano dei nickname, soprattutto su Facebook, ma gran parte delle persone che odiano lo fanno oggi con nome e cognome, un po’ per un senso di impunità, e un po’ perché vogliono attirare attenzione. L’odio è speso come valuta. Secondo me il problema reale è determinato, più che dall’anonimato, dalla deresponsabilizzazione dovuta allo schermo, perché lo schermo crea un filtro. Penso, ad esempio, alla responsabilità di far male a una persona: quando un soggetto offende un’altra persona fisicamente, magari a un certo punto si ferma perché vede che la persona dall’altra parte soffre. Tutto questo sui social network non avviene, perché non si ha il senso del “knock-out”, ma si continua e continua, perché non si ha la percezione di quello che succede. Quindi bisognerebbe responsabilizzare, nell’ottica di far capire che lo strumento elettronico è più violento e più dannoso di quello tradizionale. Un’offesa che circoli su Facebook, in chat o sui social può essere molto più grave dell’offesa di persona. Penso per esempio al bullismo, allo stalking. Sembra assurdo ma oggi l’aggressione fisica in alcuni contesti è molto meno pericolosa dell’aggressione online.

A suo giudizio, gli strumenti offerti dai social media, come la possibilità di bloccare una persona o segnalare dei messaggi d’odio, sono sufficienti, efficaci?

Sono dei buoni strumenti. Il blocco e la segnalazione di gruppo sono interessanti. Il problema è che le piattaforme oggi hanno quotidianamente una richiesta di interventi, di segnalazione d’odio – parliamo di milioni di segnalazioni al giorno – quindi fisicamente l’odio rimane sempre molto visibile perché ci vorrebbero milioni di dipendenti che analizzino queste cose.  Sono strumenti buoni ma vanno affiancati sicuramente a un uso del diritto che sanzioni i casi più gravi e a una controparola, a un’educazione civica e a un’attenzione ai comportamenti. Non vedo un rimedio solo ma vedo l’unione di due o tre azioni combinate.

Quindi regolamentare il fenomeno è una possibilità?

Sì, è importante, però è una delle cose da fare più complicate, perché toccare la libertà di opinione e di manifestazione del pensiero, se non si agisce in un contesto politico che fa della tutela delle vittime una questione di principio e non di propaganda elettorale o di secondi fini, può diventare devastante e alterare completamente il sistema. Non c’è neanche bisogno, in molti casi, di nuovo diritto. Spesso le norme già esistenti su incitamento all’odio, diffamazione, violenza privata, sostituzione di persona, coprono già tutti i comportamenti leciti o illeciti sui social network, quindi anche chi chiede leggi nuove perché quelle di oggi non bastano, sbaglia. Le leggi ci sono, la cosa più complicata è applicarle.

C’è speso una tendenza a criminalizzare la rete. È la tecnologia il nemico o ci sono fattori culturali alla base di questi comportamenti per i quali la rete funge da amplificatore?

La tecnologia è il soggetto più visibile. Facebook oggi lo abbiamo nei cellulari, lo abbiamo in tasca. È normale che quando la politica si tira fuori dal gioco, e non si accorge che è spesso lei la prima a veicolare l’odio, la stampa idem, rimane la tecnologia e tutti se la prendono con Facebook. Nessuno discute che sia necessaria una maggiore responsabilizzazione anche sulle piattaforme tecnologiche ma pensare che sia l’unico problema è completamente sbagliato. È una criminalizzazione che non porta benefici, perché l’odio è radicato nella nostra società e non nelle piattaforme elettroniche.

Quali potrebbero essere le buone pratiche attuabili per contrastare l’hate speech?

Sono tendenzialmente tre: l’educazione civica digitale – ad esempio veicolare discorsi pacati, non rispondere alle provocazioni –, un uso del diritto più intelligente che vada a colpire i comportamenti più esasperati ma salvando la libertà di manifestazione del pensiero e un uso intelligente delle tecnologie, magari rendendo più rapide le modalità di segnalazione da parte degli utenti, rendendo efficaci alcuni blocchi o alcune rimozioni di gruppi estremisti, cioè usare anche la tecnologia per cercare di controllare l’odio.

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