Il Mediterraneo centrale tra arrivati e scomparsi. Ragioniamo sulla Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione

Il 3 ottobre 2013, 368 migranti morirono al largo di Lampedusa. È stato finora il naufragio con il maggior numero di morti nel Mediterraneo, e da allora questo giorno è segnata in rosso come una data simbolo per tutti coloro che si occupano di migrazioni e combatte per salvare vite o per l’istituzione di metodi...

Il 3 ottobre 2013, 368 migranti morirono al largo di Lampedusa. È stato finora il naufragio con il maggior numero di morti nel Mediterraneo, e da allora questo giorno è segnata in rosso come una data simbolo per tutti coloro che si occupano di migrazioni e combatte per salvare vite o per l’istituzione di metodi più sicuri per raggiungere l’Europa. Quest’anno cade il quarto anniversario dell’istituzione, su proposta del Comitato Tre Ottobre, della Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione.

In occasione di questo importante anniversario vale la pena ricordare come, anche dopo sette anni, comunque poco sia cambiato su quella che è globalmente conosciuta come la “rotta migratoria più pericolosa del mondo”. Un report dell’IOM (l’Organizzazione Internazionale per la Migrazione, un’agenzia ONU) denuncia come il calo di arrivi negli ultimi anni, a cui è collegato anche una diminuzione in termini assoluti del numero di morti e dispersi (si è passato dagli oltre 5000 del 2016 ai 650 di questa prima parte del 2020), in termini relativi il tratto di mare tra il Nord Africa e il Sud Europa rimanga ancora fatale per molti tra quanti cercano di navigarlo.

Nel report si parla di “tasso di mortalità tra i migranti”, ovvero il numero che si ottiene con una semplice formula matematica: il numero di morti diviso per la popolazione a rischio:

mortality rate IOM

Si parla ovviamente di stime, per di più difficilmente calcolabili, dato che molti fattori, tra cui la mancanza di dati precisi e l’età dei migranti (i bambini sono i più suscettibili a non sopravvivere al viaggio) rendono più complesso il lavoro degli analisti.

Eppure, il dato incontrovertibile è che, sia rispetto al numero di chi tenta la traversa, sia rispetto a chi arriva effettivamente in Italia, l numero di morti è ben lungi dall’essere trascurabile. Secondo i dati dell’IOM questi rapporti si attestano rispettivamente sul 4,78% e sul 7,82%.

In soldoni, è come se una persona ogni 21 che prendono il mare, o una ogni 13 che arriva sulle sponde italiane, finisce per perdere la vita nel tentativo.

Mettiamola su un piano forse più vicino a noi. Come reagiremmo se un bambino per ogni classe di 21 che iniziano l’anno scolastico venisse a mancare? E se invece alla fine dell’anno fossero 2 per classe?

Sono numeri terrificanti, che però non hanno finora smosso le coscienze di chi ha i mezzi e la responsabilità per salvare il maggior numero di persone possibile a pochi chilometri dalle nostre coste. Per anni ormai il Mediterraneo centrale è rimasto deserto, quasi completamente privo delle navi delle ONG che per mesi hanno contribuito a rendere meno pesante quello che sembra un bilancio di guerra, in conseguenza dei Decreti Sicurezza.

Solo negli ultimi giorni si riparla di una riforma di questi strumenti di legge, con la proposta di Lamorgese per superarli, a partire dall’eliminazione delle misure ideate per contrastare le ONG. Manca ancora la discussione parlamentare (che può ancora cambiare tutto), e soprattutto cambia un intervento legislativo per creare prassi e strumenti per un arrivo più sicuro per chi vuole raggiungere il nostro Continente.

L’augurio è che, se cambiamento sarà, è che sia efficace e che avvenga nel più breve tempo possibile.

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