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La buona pratica del Community building nei piccoli comuni umbri

Presentata a Roma, presso la Città dell’Utopia, la ricerca I Get You, buone pratiche di integrazione di migranti forzati attraverso il community building. Realizzata nell’ambito del progetto BEST Promoting best practices to prevent racism and xenophobia toward forced migrants through community building l’iniziativa del JRS Europa (Servizio dei Gesuiti per i rifugiati) ha tra i suoi partner Associazione Centro...

Presentata a Roma, presso la Città dell’Utopia, la ricerca I Get You, buone pratiche di integrazione di migranti forzati attraverso il community building. Realizzata nell’ambito del progetto BEST Promoting best practices to prevent racism and xenophobia toward forced migrants through community building l’iniziativa del JRS Europa (Servizio dei Gesuiti per i rifugiati) ha tra i suoi partner Associazione Centro Astalli (JRS Italia) e JRS Belgio/Germania/Francia/Spagna/Malta/Polonia/Portogallo/Romania.

Cresciuto negli ultimi anni in Italia il numero di territori coinvolti nell’accoglienza dei rifugiati, la ricerca, conferma che l’accoglienza funziona meglio quando è organizzata in piccoli centri e le strutture non sono isolate, ma ben collegate o collocate all’interno delle aree urbane. Ciò evita ghettizzazioni e favorisce l’interazione diretta dei cittadini residenti con i migranti.

Alcune esperienze di community building sul territorio umbro e prese in esame dalla ricerca, meritano di essere raccontate. È il caso del comune di Avigliano Umbro che, in collaborazione con il comitato locale della Croce Rossa, permette ai giovani stranieri ospiti nella struttura ricettiva di Castel dell’Aquila, di svolgere su base volontaria attività di pubblica utilità rivolte al decoro urbano e all’ambiente come pulizia del centro abitato, cura del verde pubblico, piccola manutenzione.

Non solo Avigliano Umbro (delibera di giunta n.29 del 06/04/2017), ma anche Montecastrilli (delibera di giunta  n. 8/8/2017), Calvi (progetto Natale multiculturale) provano, attraverso piccole progettualità a costruire comunità coese puntando sull’integrazione. L’elemento chiave è la partecipazione attiva all’interno della comunità, in uno spazio diverso dalle strutture di accoglienza ed aperto anche alla popolazione locale come la piazza del paese, luogo di incontro dove tutti i partecipanti si sentono “a casa”.

Il migrante ospite che si impegna in attività di volontariato, crea relazioni e così facendo si previene ostilità e diffidenza. Accorgersi che le persone “mi salutano quando ci incontriamo per la strada” è un gesto semplice la cui importanza è stata sottolineata ai ricercatori, non solo dai migranti ma anche dai residenti anziani, da chi vive solo, da studenti e piccoli commercianti.

Ospite, dal latino hospes, richiama ad un contesto storico e culturale in cui i rapporti che si instauravano tra chi accoglieva e chi era accolto erano così stretti e vincolanti da generare un rapporto di reciprocità, un patto di ospitalità profondo e sacro che rendeva ospitante e ospitato intercambiabili al punto di essere identificati dallo stesso termine. Mantenere vivo il senso di questo termine significa creare accoglienza.

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