Futuro Interiore- Michela Murgia

La piccola comunità di passeggeri aveva solo due obiettivi: sopravvivere e cercare di mantenersi visibile per essere ritrovata dai soccorritori. Per fare questo si videro costretti a darsi un’organizzazione sociale...

La piccola comunità di passeggeri aveva solo due obiettivi: sopravvivere e cercare di mantenersi visibile per essere ritrovata dai soccorritori. Per fare questo si videro costretti a darsi un’organizzazione sociale che, dapprima strutturata in modo elementare, col passare dei giorni diventò sempre più complessa e simile a quelle delle socialdemocrazie di rispettiva appartenenza, esprimendo un sottinteso deterministico e disperante: non importa quante isole deserte si avranno a disposizione per ricominciare da capo a immaginare mondi migliori, non potranno comunque essere troppo diversi da quelli che abbiamo già abitato, né prescindere totalmente da quello che già siamo stati.

Nulla si crea dal niente, tutto parte da un’organizzazione sociale preimpostata e già preesistente nel mondo. Così, Michela Murgia esordisce nel suo libro Futuro Interiore, con una storia satirica costruita sull’ipotesi di un naufragio aereo nei pressi di un’isola deserta, per parlare di cittadinanza, bellezza del potere e delle gerarchie, con lo scopo di trasmettere la responsabilità di poter sognare il futuro: se l’isola deserta fosse stata data a noi, quale mondo vi avremmo costruito?  

Una sfida creativa che fa immergere il lettore in un viaggio di considerazioni sociali e personali, criticando la visione disillusa e distruttiva della generazione dei quarantenni e cinquantenni di oggi, che non riescono a porsi domande e a trovare risposte ad una serie di problemi della società attuale.

Primi fra tutti, il problema delle tecniche attuali e vigenti per ottenere la cittadinanza in Europa:

 Essere cittadini d’Europa oggi significa aderire a un’idea di cittadinanza statica, che porta il peso inevitabile di un logoramento che rende molto difficile l’eventualità di ripensarla. Allo stesso tempo però quel ripensamento appare indispensabile e non più rimandabile: i vecchi schemi di definizione dell’appartenenza hanno smesso di funzionare, ma è ancora lì, in quello spazio di relazione dove si definiscono le nuove identità, che l’Europa potrà forse giocarsi la possibilità di avere un ruolo nella storia futura del mondo.

L’Europa si conferma in questo modo un vecchio continente, che pone le basi su un concetto di identità stabile, immobile, non aperto al diverso e al cambiamento, senza considerare il significato dell’appartenenza che porta ad un pensiero aperto, libero e volto a dare possibilità di variare, di accettare qualcosa di alieno rispetto alla propria abitudine, qualsiasi essa sia.

L’autrice ricorda come attualmente esistono soltanto due modi per ottenere la cittadinanza e sono lo ius soli, il diritto del suolo e lo ius sanguinis, il diritto di nascita:

Entrambi i sistemi di attribuzione della cittadinanza prescindono infatti dal dato di libertà a cui la nostra modernità attribuisce il massimo valore: la volontà personale che si esercita coscientemente attraverso la scelta. Nessun bambino si sceglie il sangue di nascita, né una bambina può determinare il suolo in cui vedrà la luce. Non ci sono meriti né colpe nel nascere in Europa o in Africa, in Asia o in America, eppure le attuali leggi europee (e l’orientamento restrittivo che le sta modificando in peggio per impedire ai migranti di continuare ad arrivare) sono molto chiare in merito: le merci possono circolare liberamente, ma le persone devono stare il più possibile ferme nei luoghi in cui sono nate e cresciute, pena l’instabilità degli equilibri demografici e culturali faticosamente raggiunti.

Un sistema che non permette un incontro efficace con l’altro, in un panorama di migrazione e cambiamento, che costringe il continente europeo al confronto costante con multietnicità e multiculturalismo, superando drasticamente e storicamente la sua concezione identitaria:

La sola forma di cittadinanza che va nella direzione di una diminuzione del conflitto sociale è quella che riconosce valore cogente non al sangue, al suolo o a una presunta cultura superiore, ma alla volontà di appartenenza di chi richiede la cittadinanza. E’ cittadino chi sceglie di riconoscersi nel destino quotidiano di una comunità costituita e affronta il percorso per farsene riconoscere partecipe, senza che questo implichi l’adesione a qualcosa di diverso dalle leggi che quella comunità si è data.

Una lettura illuminante che fa riflettere su una serie di questioni di grande importanza, con una chiarezza stilistica esemplare, in cui ogni crisi, come quella attuale, rappresenta un’occasione per immaginare un futuro interiore, il futuro che include.

Per chiunque fosse interessato il testo è disponibile al Centro di Documentazione sulla Migrazione di CIDIS.

Per maggiori informazioni: 

https://cidisonlus.org/

 

Leave a Reply
Newsletter