(Dis)informazione e migrazioni – Riflessioni sull’#IJF19 (Parte 1/3)

Il Festival Internazionale del Giornalismo è una delle più importanti e conosciute manifestazioni riguardanti il mondo dell’informazione. L’edizione 2019 a detta degli organizzatori è stata contrassegnata da un particolare successo di pubblico, più giovane e con molti stranieri. Vista l’attenzione riservata negli ultimi tempi dalla politica e dal giornalismo alla “questione migranti” e al mondo...

IJF19
Il Festival Internazionale del Giornalismo è una delle più importanti e conosciute manifestazioni riguardanti il mondo dell’informazione. L’edizione 2019 a detta degli organizzatori è stata contrassegnata da un particolare successo di pubblico, più giovane e con molti stranieri.
Vista l’attenzione riservata negli ultimi tempi dalla politica e dal giornalismo alla “questione migranti” e al mondo di argomenti a questa collegati, molti panel si sono occupati del ruolo dell’informazione nella narrazione del fenomeno, e come abbia influenzato il comune sentire verso questo tema, in ossequio a valutazioni propagandistiche o di semplice tiratura. O di visualizzazioni, se si parla di web e social.
Ma cosa abbiamo imparato da questa cinque giorni di panel? Cerchiamo di fare un po’ di ordine.

Prima di tutto: cosa c’è di buono? Per chi con queste tematiche ci lavora, è “un ottimo periodo per occuparsi di migrazioni: è la prima volta in anni che l’argomento è preso seriamente a livello di cronaca”. E la stessa cosa, tra le righe, si può dire di chi fa del debunking, lo smascheramento di fake news e bufale, la propria occupazione.

Il vero problema è che gli aspetti positivi si fermano qui, e iniziano le brutte notizie.

Il fatto stesso che si dia tanta importanza al lavoro di fact checking è indirettamente una prova di quanto spazio la disinformazione stia prendendo nel giornalismo ma ancor più in internet, quindi nella nostra vita quotidiana di homo informaticus, animale sociale ma anche sempre più social.

 

La realtà nel mondo

infgrafica displaced persons

Displaced persons nel mondo – dati UNHCR 2018

Nel mondo sono 68.5 milioni gli sfollati (Displaced Persons), 40 milioni gli sfollati forzati interni (Internally DPs). Sono quindi poco meno di 30 milioni gli uomini, le donne e i bambini costretti a lasciare il proprio Paese. (dati UNHCR 2018)

Sono numeri da capogiro, i più alti mai registrati, superando anche i dati registrati durante le due Guerre Mondiali. Ma a differenza dei due conflitti, i Paesi europei sono fondamentalmente dei semplici spettatori, per quanto interessati, del fenomeno in atto: “8 migranti forzati su 10 si spostano da Paesi del Sud del mondo verso altri Paesi del Sud del mondo, mentre in Europa ne arrivano solo pochi punti percentuali”, ricorda Carlotta Sami, portavoce di UNHCR.

Ancora più chiaro il fotoreporter Agus Morales: “Questo in realtà è un mondo di rifugiati. In Pakistan, vicino Islamabad, esiste un campo che accoglie da anni decine di migliaia di profughi provenienti dall’Afghanistan, il Paese con più profughi al mondo fino a poco fa”. Ora questo triste primato è della Siria, mentre il Pakistan è stato superato dalla Turchia come Paese che ospita più profughi, per lo più in campi appositi. Se si stilasse una lista, il primo Paese occidentale sarebbe la Germania, con meno di un milione di rifugiati (dati Dossier Statistico Immigrazione 2018).

Ma quali sono le cause che portano così tante persone a fuggire? Per padre Zanotelli la risposta è semplice: “Il sistema moderno ammazza in tre modi: per fame, per guerra, per sfruttamento delle risorse”.

Ma a volte la situazione è più complicata: le premesse base rimangono, ma con commistioni difficili da immaginare. “L’espressione migranti economici è un’alterazione lessicale, usata per distinguerli dagli altri. Durante la guerra in Somalia”, racconta Nello Scalo (L’Avvenire), “i prezzi sono stati gonfiati fino a livelli europei per spingere le persone a scappare in Kenya, in modo che Al-Shabaab potesse conquistare villaggi e città senza colpo ferire. La fame è stata usata come arma non convenzionale, e quelli che tecnicamente erano migranti economici erano fuggiti dalla guerra”.

innalzamento dei prezzi in Sud Sudan (2013-2018)

L’innalzamento dei prezzi in Sud Sudan tra il 2013 e il 2018

Il caso somalo è ovviamente un caso limite, ma la situazione si ripete ogniqualvolta si parli di un conflitto. Un altro esempio, tratto dalla sua esperienze sul campo, è quello portato dalla giornalista freelance Carolyn Thompson: “In Sudan, la guerra civile ha portato l’economia al collasso, e a Sud, dove l’agricoltura era più fiorente, la produzione ha finito per cessare del tutto. L’importazione di cibo dall’Uganda, che porta i prezzi dei beni a salire, si accompagna alla svalutazione della moneta. I prezzi si impennano, e questo colpisce tutti, non solo i poveri: un chilo di carne costa quanto una settimana di lavoro di un professore universitario. I più attrezzati se la cavano, i più capaci si ingegnano, gli altri devono giocoforza partire per cercare sopravvivere”.

Non tutte le guerre sono uguali, ovviamente. Ci sono i conflitti internazionali, le guerre civili… e le guerre non dichiarate, come quelle tra bande criminali. Ma il fatto che in questi casi lo Stato non sia tra gli attori direttamente coinvolti non toglie nulla alla brutalità del conflitto, anzi. L’impatto sui cittadini diventa maggiore, perché non c’è lo Stato a proteggerli.

Alcuni dati? In Europa c’è una morte violenta ogni 100 mila. In alcuni paesi del Centro e Sud America, come a El Salvador o in Honduras, arrivano anche a 60 ogni 100 mila. “L’unica alternativa al subire è fuggire, pagando migliaia di dollari i coyotes, i trafficanti.”

Fabio Bucciarelli (fotogiornalista): “Nessuno vorrebbe lasciare la propria casa, ma si è costretti da situazioni impossibili da sopportare. Come una donna della carovana, Mirna, che non poteva più pagare il pizzo ai narcos. I quali, per dare un esempio agli altri, le hanno intimato di lasciare la città. Non prima però di ucciderle la madre e il figlio”.

Fabio Bucciarelli, Cosimo Caridi, Marta Cosentino e Ane Irazabal al panel “Il sogno infranto”

La carovana di cui parliamo è una delle otto che, dallo scorso anno, hanno visto decine di migliaia di persone riunirsi spontaneamente per raggiungere gli Stati Uniti, la “terra promessa” per generazioni di campesinos. Ma stavolta le modalità e le persone sono diverse dalle solite migrazioni verso il Nord America secondo la freelance Ane Irazabal: “Queste marce sono state un fenomeno nuovo: un tentativo di fare la traversata senza dover pagare, e spontaneamente, senza nessuna organizzazione. Oltre ai soliti campesinos, molte donne e bambini: i passeggini sono una rivoluzione”. “La carovana è una rivendicazione politica: fare allo scoperto e gratis quello che 200 mila persone ogni anno tentano di fare di nascosto e pagando i coyotes”

I pericoli non scompaiono una volta lasciato il proprio Paese: “Le parole d’ordine sono proteggere donne e bambini e rimanere uniti, per evitare che qualcuno resti indietro o isolato e diventi preda dei trafficanti o delle forze di polizia”.

Perché anche la polizia? Per qualcuno che fugge dal proprio Paese non è solo il viaggio ad essere pericoloso: lo è altrettanto essere costretto a tornare indietro. E per la polizia messicana è prassi normale rimpatriare quelli che rimangono isolati dalla carovana; la US Border Patrol, contravvenendo alle leggi statunitensi ed internazionali, a lungo ha respinto quanti arrivavano su territorio americano.

Del resto è risaputo che una parte dell’opinione pubblica americana (ben rappresentata dall’attuale Presidente) non ha difficoltà ad accomunare i migranti a terroristi e criminali. L’immigrazione è considerata un’emergenza nazionale solo in USA, right?

Sbagliato: le misure emergenziali non fanno altro che mettere una pezza a un problema strutturale, non delle migrazioni ma delle amministrazioni. Per usare le parole di un’altra freelance, Caitlin Chandler, “il problema è che non si pensa a misure per rendere legali questi spostamenti, come permessi studio o lavoro più facili da ottenere; poi viaggi più sicuri e in modo legale vengono da sé”. Ed è un problema comune a gran parte dell’Occidente.

La verità è che, anche se cambiano i luoghi, i protagonisti, il contesto, a ripetersi sono le dinamiche di fondo. Parafrasando uno spunto offerto dal giornalista e videomaker Cosimo Caridi: mettete milizie al posto di narcos, e barconi invece di carovana, e la narrazione si adatta facilmente a quanto succede nel Mediterraneo.

 

-> Continua nella seconda parte ->
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