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David, tra Malawi e Italia

Una domenica primaverile incontriamo a Cagli (PU) David Pantaleoni, italo – malawiano. Cooperante e mediatore socio-culturale, da anni anima una piccola Onlus che opera fra l’Italia e il Malawi, “SottoSopra”. Ciao David, come stai? Sto bene e tu? Bene,grazie. Ti va di raccontare un po’ la tua storia? Con piacere. Allora iniziamo. Quando sei venuto...

Una domenica primaverile incontriamo a Cagli (PU) David Pantaleoni, italo – malawiano. Cooperante e mediatore socio-culturale, da anni anima una piccola Onlus che opera fra l’Italia e il Malawi, “SottoSopra”.

Ciao David, come stai?

Sto bene e tu?

Bene,grazie. Ti va di raccontare un po’ la tua storia?

Con piacere.

Allora iniziamo. Quando sei venuto in Umbria la prima volta?

Il mio primo viaggio fu nel ’73, avendo padre italiano e madre malawiana, venni a conoscere qui la famiglia paterna. Poi mi trasferii definitivamente nel ’77 come calciatore. E da quella volta mi sono sistemato in Italia, ho conosciuto la mia futura moglie con cui sono sposato dal 1982.

Che lavori hai fatto in questi anni?

Dopo l’esperienza calcistica, ho lavorato per vent’anni in una fabbrica di abbigliamento ad Umbertide. Poi nel ’96 l’azienda ha chiuso e mi sono messo con mia moglie a cercare di portare degli aiuti  in Africa, precisamente nel mio paese in Malawi, attraverso l’associazione.

Com’è stato il primo impatto con l’Italia?

Il primo impatto non è stato facile. Quella volta negli anni 70-80 eravamo pochi neri. Però devo dire, ho avuto problemi più dovuti all’ignoranza che al razzismo vero e proprio. C’era un’ignoranza che consisteva nel non sapere da dove venivamo.Ripensando adesso alle battute e ai commenti che si facevano allora, mi metto molto a ridere.

Ti vengono in mente episodi significativi a questo riguardo?

Mi ricordo in un pullman, tutti in piedi c’erano pochi posti a sedere. Io ero uno di quelli seduti, sale una signora sugli ottanta anni, si avvicina proprio a me e dice: “Nel nostro paese i giovani per bene cedono il posto alle anziane”. Io ero un po’ assente, mi guardo intorno, lei ripete questa frase e vedo tutti seduti molto più giovani di me! Però lei venne da me perché ero l’unico nero. Mi alzo e faccio: “Scusi signora ero un po’ distratto non c’avevo fatto caso”. Lei si siede, arrivo alla mia fermata e nel frattempo pensavo “Possibile che solo a me?” Così prima di scendere le dissi: “Guardi signora, nel nostro paese, in Africa le anziane maleducate come lei noi le mangiamo!” e lei mi guardò con una faccia incredibile….

Un altro esempio banalissimo, un collega con cui ho lavorato vent’anni che mi diceva sempre “oh, a pensare che una volta per portarvi su toccava legarvi con le catene e tanto non volevate venire su. Oggi non c’è verso di mandarvi via!”

C’è una parola in lingua Chewa (lingua nazionale del Malawi – ndr) che vorresti insegnare agli umbri?

Allora una parola in Chewa, che poi viene dal Bantu, potrebbe essere ‘Ubuntu’. Ha un significato che riguarda il valore della vita, l’essere umano…si potrebbe tradurre con “io sono perchè tu sei, tu sei perchè io esisto”. Una concetto secondo me poco valorizzato in Occidente.

Una parola in dialetto umbro che hai imparato e che vorresti importare in Malawi? 

Guarda, ci sono tantissime parole in dialetto umbro che si usano anche in Malawi ma con tutt’altro significato. E bisogna stare attenti. Può succedere, com’è capitato a mia moglie che ormai viene giù da anni, di essere male interpretata. Per esempio lei in ‘montonese’ dice “ma che, non magni?!”. “Magni” nella nostra lingua sono le feci. Immagina quando in Malawi, a tavola davanti ai miei amici africani, diceva questa cosa!
Come va la promozione dell’Associazione in Umbria e quali progetti hai per il futuro? 

Devo dire che l’associazione sta andando avanti molto bene. Siamo molto piccoli e questa particolarità ci permette di andare oltre i nostri limiti: con poco stiamo facendo tantissimo. Ma quel tanto è controllato e visibile a chi ci viene a trovare. Stiamo facendo un salto di qualità enorme anche per quanto riguarda le persone che decidono di aiutarci sia con il 5×1000  sia con le donazioni private, grazie anche al fatto che ognuno può intraprendere un viaggio e venire con noi in Malawi a vedere quello che facciamo. Spesso al ritorno si è molto più attenti a trasformare quello che si è visto in un messaggio, che in fondo è quello che l’associazione stessa vorrebbe dare a chi ci vuole aiutare.

Grazie David per aver raccontato un po’ di te.

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