Dalle trincee alla Resistenza, storie di stranieri che hanno fatto l’Italia (e l’Umbria)

Quando i tempi sono difficili, è facile trovare un capro espiatorio su cui addossare la responsabilità di qualunque cosa stia andando male. Epidemie, carestie, crisi economiche o cambiamenti sociali: in ognuna di queste eventualità ad averla la peggio è sempre chi, per una ragione o per l’altra, è meno tutelato. Ovvero, la maggior parte delle...

stranieri che hanno fatto l'Italia

Quando i tempi sono difficili, è facile trovare un capro espiatorio su cui addossare la responsabilità di qualunque cosa stia andando male. Epidemie, carestie, crisi economiche o cambiamenti sociali: in ognuna di queste eventualità ad averla la peggio è sempre chi, per una ragione o per l’altra, è meno tutelato.

Ovvero, la maggior parte delle volte, chi per motivi etnici o religiosi non è considerato parte integrante della comunità.

L’unica crisi che a volte sfugge a questa logica, per quanto possa sembrare strano, è la guerra. In questi casi, lo straniero diventa una risorsa, per quanto sacrificabile, per conquistare la vittoria sul campo. Funzionò così per i Persiani, gli Ottomani, e anche l’Impero Romano, che ai soldati garantiva, alla fine del servizio militare, un pezzo di terra e la cittadinanza a prescindere dalla loro provenienza.

Ma questi sono esempi lontani nel tempo. Cosa si può dire dell’epoca contemporanea, per esempio del Novecento?

I libri di storia ci raccontano, ad esempio, di come gli Alleati abbiano sconfitto le forze dell’Asse. Entità astratte diventano personaggi reali o almeno realistici, che agiscono secondo una propria volontà. Oppure di come gli Italiani, con Francesi e Inglesi, abbiano sconfitto Austriaci e Tedeschi (i popoli sono sempre categoricamente tutti con la lettera maiuscola), come se fossero gruppi compatti che si muovono all’unisono, sulle note della retorica nazionalista e al ritmo dell’Inno nazionale.

Sono tutte semplificazioni, fatte per rendere più fruibile e pratico il racconto dei fatti storici. E, inevitabilmente, alla Storia si sacrifica il racconto delle storie personali. Specie se non rientrano in quello che è la “norma” della storia personale del “soldato tipo” che ha dato la vita al fronte. Se non una discriminazione, una colpevole omissione del ruolo che anche gli stranieri hanno nella storia nazionale di un Paese.

Se statisticamente parlando è corretto dire che sono state due generazioni di italiani a combattere le Guerre mondiali, la realtà è molto diversa. Contingenti di migliaia di combattenti di altre nazionalità hanno infatti combattuto al fianco dei soldati del Regio esercito e hanno condotto la guerriglia partigiana, facendo di fatto la storia d’Italia solo per essere poi dimenticati.

La tomba di Josef Matuska, a PerugiaÈ il caso, ad esempio, del boemo Josef Matuska e dei suoi commilitoni delle “legioni” che nel 1918 furono di stanza proprio qui, in Umbria, tra i principali centri della Regione. “11.473 soldati e 364 ufficiali“ al servizio di una personalità di spicco quale il generale Graziani, tutti soldati che simpatizzavano per l’ideale di libertà italiano e l’odio verso l’Austria-Ungheria. E il cui aiuto si rivelò determinante per rimpolpare i ranghi e risollevare lo spirito nei momenti più bui del conflitto, come dopo Caporetto.

Non ci sono tracce, se non sparute, del passaggio di questi uomini nellmemoria collettiva. Eppure, i corpi di Josef, come quello del suo commilitone e compatriota, Jan Brázdil, sono stati sepolti nel cimitero monumentale di Perugia, in via Enrico dal Pozzo. La commemorazione del centenario della morte del volontario boemo ha lasciato perplessi molti, che non ne avevano mai sentito parlare. Eppure anche lui, come altri, ha partecipato a fare la Storie d’Italia.

Il ricordo di Josef e degli altri come lui era ancora non troppo lontano nel 1944, in piena lotta per la Liberazione. Forse perché in quel periodo drammatico della storia nazionale erano molti i non italiani a combattere per la libertà. Per dirla con le parole della sede ANPI di Brescia in un tweet di qualche tempo fa:


Questo perché, per quanto in gran parte formata da italiani, quella della Resistenza era comunque una realtà internazionalista, e per questo (o forse di conseguenza) multiculturale e multietnica.

Disertori degli eserciti dell’Asse come l’olandese Wilhelm “Willy” Beckers, o il medico austriaco (“patriota straniero”) ucciso dai fascisti insieme ai suoi pazienti a Bologna, che lo ricorda in una lapide sul luogo dell’eccidio; britannici come la scozzese Mary Cox, collaboratrice del CLN e per questo torturata, o l’irlandese Violet Gibson, che solo “per un miracolo” non passò alla storia per un attentato contro Mussolini; o addirittura neozelandesi e australiani, come i soldati Jack Lang e Bill Rudd.

Tantissimi gli slavi tra le file partigiane, per quanto, allora come ora, chiunque venga dall’Europa dell’est ed in particolare dai Balcani venisse guardato con sospetto e pregiudizio. Quattro medaglie d’oro al valor militare andarono però ai sovietici Danijl Avdeev e Fedor Poletaev (russi), a Pore Losulishvili (georgiano), e a Bujanov Nicolaj (ucraino). E poi azeri, armeni, bielorussi, polacchi, slovacchi, cechi, ingrossarono le schiere della Resistenza durante la lotta contro i nazifascisti.

milan tomovic

Milan Tomovic

E molti furono i “patrioti stranieri” provenienti dall’allora jugoslavia. Un esempio su tutti è Milan Tomovic, studente e comunista montenegrino che si unì ai partigiani dopo la sua fuga a Foligno dal campo di Colfiorito, e riuscì a distinguersi tra i ranghi partigiani fino ad assumere il comando di un intero gruppo partigiano nella zona di Spello. Il nome di Milan non è stato dimenticato: è ora parte della denominazione della sede perugina dell’Associazione Nazionale Partigiani, la “Bonfigli-Tomovic”.

Fin qui abbiamo parlato, se vogliamo abbassarci anche noi a distinguere per il colore della pelle, di soli “bianchi”. Ma non ci saranno stati anche partigiani neri, vero?

Falso! E non dobbiamo neanche andare troppo lontano perchè, ad esempio, l’etiope Carlo Abbamagal (in basso nella foto di copertina) combattè nel battaglione “Mario” nella zona di Macerata e lì morì, lontanissimo dalla sua terra “per la libertà d’Italia e d’Europa”, “insieme ad altri uomini e donne provenienti da tutto il mondo”.

E poi l’italo-somalo Giorgio Marincola, studente di Medicina e partigiano a Roma; o “Tripolino”, come era anche conosciuto il libico Italo Caracul, partigiano già a 11 anni; o l’eritreo Isahac Menghistu, considerato “anti italiano” per la sua opposizione al regime e all’aggressione italiana dell’Etiopia e per questo mandato al confino.

Questi sono solo alcuni dei tantissimi nomi di persone, donne e uomini, che misero in gioco la propria vita per difendere una terra che non era la loro, per poter dare o restituire la libertà a chi la stava cercando o l’aveva perduta, pagando molte volte il prezzo più alto.

La guerra è, giocoforza, uno dei tanti fattori su cui si fonda quella che viene chiamata “identità nazionale”. Nel caso dell’Italia, fondata inevitabilmente sull’esperienza delle due Guerre mondiali e della Resistenza. E parte della politica e della storiografia meno seria sono sempre tentate di farne fenomeni solo italiani, all’insegna del “noi” contro “tutti gli altri”.

È doveroso ricordarci allora che la storia di questo Paese è fatto anche dalle storie di tutti coloro che, italiani o stranieri, hanno contribuito a costruirlo. E forse così capiremo che la stessa cosa si può dire del nostro presente e del nostro futuro.

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Questo articolo rientra nella campagna online di CSC-Credito Senza Confini per la XVI Settimana di azione contro la discriminazione razziale (16-22 marzo), promossa e finanziata dall’UNAR-Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale.
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