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A Corleone i ‘campi della legalità’ sulle terre confiscate alla mafia

Kante Bassirou, ospite della comunità per minori richiedenti asilo/titolari di protezione internazionale “Il Tiglio”, parla della sua partecipazione al Campo della Legalità a Corleone.  Kante, raccontaci della tua esperienza. Questa estate ho partecipato, insieme con altri miei compagni anche loro ospiti presso la struttura per minori richiedenti asilo “Il Tiglio”, di Ferentillo, al campo estivo...

Kante Bassirou, ospite della comunità per minori richiedenti asilo/titolari di protezione internazionale “Il Tiglio”, parla della sua partecipazione al Campo della Legalità a Corleone.

 Kante, raccontaci della tua esperienza.

Questa estate ho partecipato, insieme con altri miei compagni anche loro ospiti presso la struttura per minori richiedenti asilo “Il Tiglio”, di Ferentillo, al campo estivo antimafia della legalità “liberARCI dalle spine”, che si svolge nella città di Corleone, in Sicilia, presso la cooperativa “Lavoro e non solo”.

Per me però  è stata una novità come per gli altri. È il secondo anno consecutivo che partecipo a questa esperienza.

Come si svolge il lavoro nei campi confiscati alla mafia?

Le giornate lavorative, bisogna riconoscerlo, sono piuttosto faticose. Eppure, vi assicuro, si sta davvero bene.

La sveglia è alle 7:00, e fino alle 7:30 si fa colazione.

Finita la colazione si parte per raggiungere i campi in cui si lavora: tutti terreni confiscati alla mafia.

Qui le attività sono essenzialmente la raccolta dei pomodori, patate, uva e altri prodotti ortofrutticoli che variano con le stagioni. Però non bisogna pensare alle immagini che si vedono in televisione, in cui i migranti raccolgono pomodori sfruttati dai caporali.

Si lavora con impegno, certo, ma non mancano mai momenti ludici, di divertimento puro anche durante il lavoro.

Dopo il lavoro?

Finito di lavorare si va a pranzo, e nel pomeriggio si visitano i posti più importanti nella storia della lotta contro la mafia. A me ha molto colpito Piana degli Albanesi, anche grazie alla preziosa testimonianza di Serafino Petta, sopravvissuto alla strage di Portella della Ginestra del 1 maggio 1947. Un fatto inquietante, di cui anche gli italiani conoscono ancora poco, ma sono tanti i luoghi dell’antimafia di cui non potrò mai dimenticarmi: il monastero di Corleone, la tomba di Placido Rizzotto, l’Albero della Pace piantato in via d’Amelio, a Palermo, il 19 luglio 1993, per volontà di Maria Pia Lepanto, mamma di Paolo Borsellino, e la casa di Peppino Impastato, ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978 a Cinisi.

Le visite del pomeriggio sono sempre emozionanti e fanno pensare molto. È importante rendersi conto che i terreni che prima appartenevano a famiglie mafiose, mentre ora sono in mano a ragazzi che, insieme ai campi, coltivano anche valori importanti, come libertà, uguaglianza, pace.

Che cos’è la cooperativa “Lavoro e non solo”, grazie alla quale hai potuto svolgere questa esperienza?
La cooperativa “Lavoro e non solo” è sostenuta dall’Arci, che gestisce la terra confiscata alla mafia a Corleone e in altre località. A Corleone, nello specifico, c’è Casa Caponnetto, dove dal 2008 vengono ospitati centinaia di ragazzi che volontariamente si recano a lavorare nei campi imparando così a conoscere da vicino la storia di chi ha lottato contro la mafia.

Che giudizio dai di questa esperienza?

E’ stato bello poter conoscere ragazzi e ragazze di altre città con cui condividere non solo i momenti della vita comunitaria dei campi, come il lavoro e i pasti, ma anche esperienze e riflessioni, parlando delle nostre storie e delle nostre vite.

Io mi sento ancora con tutti i miei compagni di quest’avventura, e spero di rivederli presto, come del resto è già successo con alcuni ragazzi conosciuti al campo lo scorso anno, che poi sono venuti a trovarci a Terni.

 

 

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