Contro il nuovo razzismo con padre Zanotelli – #IJF19

La Sala dei Notari è affollata per il panel “Prima che gridino le pietre”. Molti, tra i presenti, hanno aspettato nel freddo inaspettato del tardo pomeriggio per essere sicuri di riuscire ad entrare. Il panel è, in effetti, pieno di aspettative; aspettative confermate dall’applauso che accompagna l’ingresso di padre Alex Zanotelli in sala e l’arrivo sul...

La Sala dei Notari è affollata per il panel “Prima che gridino le pietre”. Molti, tra i presenti, hanno aspettato nel freddo inaspettato del tardo pomeriggio per essere sicuri di riuscire ad entrare.

Il panel è, in effetti, pieno di aspettative; aspettative confermate dall’applauso che accompagna l’ingresso di padre Alex Zanotelli in sala e l’arrivo sul palco.

L’occasione dell’incontro al Festival del giornalismo 2019 è l’uscita del suo nuovo libro, intitolato appunto “Prima che gridino le pietre. Manifesto contro il nuovo razzismo”, scritto dopo quella che lo stesso Zanotelli definisce “una lunga chiacchierata” con la moderatrice della serata, la giornalista Valentina Furlanetto.

Un’ora non è ovviamente abbastanza per discutere di tutto quanto è presente nel libro, e del resto lo stesso Zanotelli dice non essere lì per pubblicizzarlo. Si parla in generale di molti temi cari al padre missionario, a partire dal ruolo, non positivo, del giornalismo nel raccontare il mondo attuale:

 “L’informazione non fa il suo dovere, non racconta quello che succede in molti paesi africani, e per questo non c’è comprensione sui perché della fuga di tante persone dal continente. Nei vangeli si dice “ama il prossimo tuo come te stesso”: l’Africa è il continente a noi più prossimo, perché non lo conosciamo? Perché la stampa italiana è provinciale: ne parla solo per colpi di stato, stragi, o quando un bianco viene rapito”

Il giornalismo, in definitiva, dovrebbe tornare alla sua missione originaria: “illuminare le crisi, e le storie delle persone che le subiscono. È importante la conoscenza: c’è un razzismo di fondo verso il continente nero, che può essere combattuto solo conoscendolo.”

L’ignoranza, ovviamente, è solo a livello di informazione mainstream. Le economie occidentali, principali responsabili dell’arretratezza del Continente nero, sanno benissimo che l’Africa non è ricca solo di manodopera a buon mercato:

La maledizione dell’Africa è la sua ricchezza: di coltan, litio, cobalto. Il sistema moderno ammazza in tre modi: per fame, per guerra, per sfruttamento delle risorse. Per questo si scappa”.

La maggior parte delle migrazioni da Paesi del Sud del mondo, è stato più volte documentato, si limitano a spostamenti verso altri Paesi del Sud del mondo. Eppure, in tutto l’Occidente continua a prendere forza la narrazione secondo cui ci sia in atto una vera e propria “invasione”.

La stessa narrazione si è diffusa in Italia, dove movimenti, partiti, governi hanno fatto propria la linea demagogica imperante. E la responsabilità non sono solo del nuovo Esecutivo:

L’attuale governo è solo un punto di arrivo. La storia inizia già nel 1998, con i Centri di identificazione ed espulsione istituiti dalla legge Turco-Napolitano. Si è passati poi alla Bossi-Fini e ai decreti Maroni, misure contrarie a qualsiasi legge internazionale e al buonsenso: come si può negare ad una madre senza documenti la possibilità di riconoscere il proprio figlio? Poi è stata la volta dei governi di sinistra e a Minniti, con gli accordi criminali con Tripoli (non con la Libia, quella è sprofondata nel caos) per bloccare i migranti. E infine con il decreto Salvini i migranti diventano clandestini, quindi possibili prede del caporalato, dell’irregolarità e dell’illegalità: così non si fa che creare insicurezza. Per non parlare poi della guerra dello stesso Salvini alle ONG…”

La colpa quindi non è di una sola persona, di un solo soggetto politico, ma non per questo il peso della responsabilità di fronte alla storia non è condiviso, ma ancora più gravoso per ognuno di noi. Padre Zanotelli, come suo costume, non lo manda certo a dire:

I nostri nipoti parleranno di noi come noi parliamo dei nazisti, ma con un’aggravante: noi non potremo dire che non sapevamo cosa stava accadendo. E la situazione sta solo peggiorando. Dobbiamo capire le criticità del momento e reagire finché possiamo”

Non tutto è perduto. C’è chi si impegna per dare un futuro a chi arriva da un altro continente, e a fianco all’accoglienza non virtuosa (“la gente che l’ha considerata un business, che ci ha lucrato, per esempio con il Cara di Mineo”) ci sono tanti esempi di accoglienza positiva e virtuosa:

“come le attività delle ONG, gli SPRAR e i programmi formativi e di inclusione portati avanti dai Comuni: Riace è un esempio, e il fatto che su Mimmo Lucano non si sia trovato nulla di davvero compromettente è la prova di come si possa criminalizzare un sistema anche quando aiuta davvero ed è virtuoso. E poi l’accoglienza famigliare: è la migliore, in tanti mi hanno raccontato le loro esperienze e mi hanno spiegato come cambia le prospettive”.

Ogni intervento del padre missionario è seguito da applausi convinti da parte del pubblico in sala. Il più scrosciante è ovviamente quello finale, che segue l’aneddoto che chiude il panel:

“La sciarpa che indosso è stata fatta da indigeni del Sud America. Sembra la bandiera della pace ma non lo è, ed è altrettanto bella: mancano tutti i colori primari, e ogni colore si fonde nell’altro. Porta un messaggio universale: se le etnie, le religioni, i gruppi si sentissero parte di un tutto avremmo ciò che don Tonino Bello definiva “convivialità di culture” … altrimenti saremo destinati a sbranarci a vicenda”.

Related Posts
Leave a Reply
Newsletter