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Centro di formazione professionale di Terni: occupazione è integrazione

Nella realizzazione di autentici percorsi di integrazione, la possibilità di avere un’occupazione resta essenziale. Avere un lavoro è la base della costruzione di una vita autonoma. Al Centro di Formazione Professionale di Terni lo sanno bene e lavorano per questo. Situato all’interno del grande complesso dedicato alla formazione per il mondo del lavoro, accanto alla...

Nella realizzazione di autentici percorsi di integrazione, la possibilità di avere un’occupazione resta essenziale. Avere un lavoro è la base della costruzione di una vita autonoma. Al Centro di Formazione Professionale di Terni lo sanno bene e lavorano per questo.

Situato all’interno del grande complesso dedicato alla formazione per il mondo del lavoro, accanto alla facoltà di Ingegneria dei materiali e a ridosso dell’acciaieria, il CFP di Terni è occasione per toccare con mano come sia possibile offrire una formazione orientata alla professionalità anche ai migranti.

Il lavoro rappresenta un potente mezzo di inclusione, soprattutto per chi proviene da un altro Paese e tra gli studenti che frequentano il Centro sono ormai numerosi migranti, richiedenti asilo residenti in strutture di accoglienza o titolari di protezione internazionale che attraverso la formazione professionale non solo imparano un mestiere, ma superano anche difficoltà linguistiche, culturali e nello stile di vita.

La mancata conoscenza della lingua, infatti, viene sottolineato dai docenti del Centro come il fattore che incide maggiormente sull’opportunità del singolo di partecipare alla formazione, . «Ci sono delle terminologie che non è possibile semplificare – dice a Umbriaintegra la professoressa di diritto Scordamaglia. Per questo – prosegue – la struttura prevede delle attività di potenziamento in lingua italiana, permettendo così a tutti di raggiungere nel minor tempo possibile il livello di comprensione necessario alla proficua frequentazione dei corsi (es. diritto, italiano, storia, geografia, etc.)».

«In questo istituto – afferma il dirigente scolastico della struttura, dott. Massimo Mansueti – abbiamo circa un 30-35% di ragazzi immigrati, mentre sono pochissime le cosiddette ‘seconde generazioni’. Quasi tutti vengono qui per imparare un mestiere e trovare un’occupazione quanto prima. Per motivi attinenti alla nostra organizzazione e alla modalità di insegnamento, siamo sul territorio un punto di riferimento che colloca nel mercato del lavoro molti giovani, migranti compresi, subito dopo il conseguimento della qualifica. L’inclusione, per quanto mi riguarda, è questa».

Il percorso formativo della durata complessiva di due anni, è composto mediamente da 1000 ore l’anno, al termine delle quali si consegue la qualifica professionale corrispondente al corso frequentato. Tra le opzioni possibili che ogni anno mette in campo la Provincia di Terni, ente al quale il Centro fa riferimento: ristorazione, operatore meccatronico, meccanico macchine e utensili, estetista, acconciatore ed altre. Il percorso formativo prevede ogni anno 300 ore di stage in azienda, 400 ore di laboratorio e 300 di lezione in aula, con materie teoriche. Su 30 ore settimanali, 15 sono di materie pratiche. Secondo gli ultimi dati il 60% degli allievi trova lavoro quasi subito, soprattutto in settori come la ristorazione, mentre il 30% lavora nell’azienda in cui ha svolto lo stage.

Problemi di integrazione o di convivenza tra migranti e italiani? Su questo Mansueti dice «Situazioni di razzismo praticamente non ve ne sono, poi certo l’episodio sporadico ci può sempre stare, ma a me sembra che il fenomeno sia irrilevante, o comunque molto meno forte qua che altrove. L’unico problema con i ragazzi migranti è l’elevato tasso di abbandono, poiché si tratta di ragazzi che si trovano spesso nella necessità di spostarsi altrove».

«Se negli anni passati – commenta Mansueti –  soprattutto nel settore meccanico, c’è stata una iniziale diffidenza mostrata da alcune imprese per non dire un atteggiamento razzista. Ora è maturato un approccio positivo anche verso i lavoratori stranieri. Forse un po’ è anche merito nostro, che abbiamo contribuito ad abbattere questo muro. Sta di fatto che un po’ ci sentiamo responsabili di questo cambiamento culturale improntato all’integrazione nelle imprese con cui abbiamo rapporti, e la cosa ci riempie di orgoglio».

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