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Bifalo e Danza Africana: il beat di Perugia

La danza è una passione che supera, senza quasi percepirle, le differenze culturali e sociali. Diceva Sant’Agostino  “lodo la danza perché libera l’uomo dalla pesantezza delle cose e lega l’individuo alla comunità. Lodo la danza che richiede tutto, che favorisce salute e chiarezza di spirito, che eleva l’anima”. Forse non si riferiva  proprio al beat...

La danza è una passione che supera, senza quasi percepirle, le differenze culturali e sociali. Diceva Sant’Agostino  “lodo la danza perché libera l’uomo dalla pesantezza delle cose e lega l’individuo alla comunità. Lodo la danza che richiede tutto, che favorisce salute e chiarezza di spirito, che eleva l’anima”. Forse non si riferiva  proprio al beat della danza africana, ma di certo aveva ragione sulla potenza di questa disciplina.

Ne sa qualcosa anche Caterina Vermicelli, Presidente dell’Associazione Danza Africana Perugia. Dopo aver passato anni di studi universitari in Francia, ha deciso di importare la sua passione sul territorio umbro costituendo, nel 2015,  un’associazione di promozione sociale. «A Perugia una realtà  di musica e danza dell’Africa occidentale mancava“, dice, “Abbiamo creato un corso di danza e di percussioni. Da quattro anni collaboriamo con Bifalo Kouyate, percussionista e ballerino originario del Mali, che si è trasferito a Perugia da poco».

Bifalo accompagna, con una squadra di percussionisti, la musica dei corsi di danza dell’Associazione, ritmi tradizionali che riguardano danze di cultura Mandinga. «La partecipazione ai corsi è molto varia – dice Caterina – ,  «ci sono giovani ma anche appassionati di tutte le età, anziani, bambini e migranti anche se molte volte è difficile coinvolgere queste comunità. La disciplina stessa non ha età. La strada è una delle nostre piazze preferite, dove organizziamo manifestazioni e spettacoli con un potere molto coinvolgente».

Alle percussioni e al centro della sala prove troviamo Bifalo Kouyate, percussionista e ballerino che collabora con Danza Africana a Perugia e con altri scuole di danza a Roma. Parla francese e un italiano perfetto (imparato ‘in giro’,  mi dice) con un lieve accento…romano.

Quando sei arrivato in Umbria?

Sono venuto in Italia nel 2012, prima stavo a Napoli. Sono originario del Mali ma ho lavorato in Senegal, con gruppi di danza e percussioni e poi ho deciso di portare la disciplina in Italia. Dopo aver conosciuto una ragazza di Napoli, ho vissuto un po’ lì. Poi ci siamo lasciati e sono venuto a Perugia.

È il mio posto preferito. È da 5 – 6 anni che sono in Italia e non ho mai fatto amicizia con gli africani. Da quando sono arrivato qui, invece, ho fatto amicizia con tanti africani. Dal Mali, dalla Guinea perché abbiamo dei tratti in comune, anche linguistici. A Perugia mi trovo bene, già ci venivo ad insegnare ogni martedì, con DAP.

La data di nascita della tua passione per la danza e la musica?

La mia passione proviene dalla mia famiglia che è…’tradizionale’. Tutta la mia famiglia tramandava la storia con la musica. Fanno parte della categoria dei ‘griot’ che vuol dire mediatore tra il re e i popoli. La mia famiglia ha questo cognome, Kouyate, che è stato il primo ‘griot’ dell’Africa Occidentale.

Mio nonno era musicista, mia nonna cantante, mio padre suonava la batteria e i congas e mia madre ballava. Sono cresciuto con la musica. Ho studiato tanto in Mali, ho frequentato le scuole di danza in Africa… che sono molto più libere. Uno arriva e dice “voglio imparare” e poi si mette a farlo. Dopo, ho studiato danza afro-contemporanea in Mali, poi sono andato in Senegal all’Ecole de Sable, dove mi sono formato. Dopo sono ritornato in Mali e alla fine è diventato il mio lavoro!

In Umbria mi trovo bene, vado sempre dove c’è la musica. Qui ho trovato tanti colleghi, tanti musicisti. Ci sono tante persone. A Napoli è molto difficile. Proprio perché è una città piena di cultura è difficile farne crescere un’altra. Loro ci tengono talmente tanto alla loro che non è possibile.  Perugia è una città piccola dove si vive tutti insieme, i ragazzi si conoscono fra di loro.

Un’espressione nella tua lingua (lingua Bambara) che vorresti insegnare ai tuoi concittadini?

Saya kofe ibe fura dama’. Questa espressione letteralmente significa “dare la medicina dopo la morte”. Si usa quando una persona ha un dolore è il momento in cui devi dargli qualcosa per calmarlo ma ormai è troppo tardi. Oppure quando sapevi che fare una cosa non andava bene ma l’hai fatta lo stesso.

Una parola in perugino che hai adottato?

Ho imparato ‘Gimo’ , che famo’ o ‘butta giù’. Il 90% non dei miei studenti non parlano francese, quindi ho dovuto imparare l’italiano. Ora ho un accento un po’ romano visto che insegno tre volte a settimana a Roma.

Bifalo e Caterina sono d’accordo sul potere della danza.  Nella parole di Caterina, «musica e danza sono un canale fondamentale di comunicazione tra le culture. Un canale preferenziale non verbale che tocca corde intime ed emotive di chi ha lasciato il proprio paese, all’interno dei gruppi di danza che partecipano ai corsi di danza e percussioni. Non è facilissimo trovare canali di comunicazione con le comunità migranti. Alcune comunità che abitano a Perugia sono chiuse nella loro realtà e c’è poca possibilità di scambio…»

Per Bifalo, «la danza è uno strumento importante per esprimere le proprie emozioni, negative e positive. Devi aver qualcosa di buono dentro da far uscire. Ogni danza ha un significato. Da noi, ogni etnia ha la sua lingua, musica e danza. Ad esempio, in Mali, c’è una danza della circoncisione. La danza è triste all’inizio, dove esprime la paura di un’esperienza che non si conosce. La seconda parte è invece più felice, di festa. Ecco, la danza esprime sia il negativo sia il positivo, ma devi avere qualcosa dentro da poter esprimere».

Benvenuto a Perugia Bifalo e grazie per averci raccontato un po’ di te.

 

 

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