Agricoltura sociale per l’integrazione: le buone pratiche da tutta Italia raccontate a Montemorcino

Venerdì febbraio siamo stati invitati da Tamat NGO all’incontro “Fattore sociale, agricoltura e immigrazione per l’innovazione sociale”, nell’ambito del progetto “Coltiviamo l’Integrazione”, importante occasione per discutere sull’importanza dell’agricoltura, ed in particolare dell’agricoltura sociale, come strumento di integrazione e cooperazione, come Tamat vuole precisare, “a tutte le latitudini”. L’incontro si è tenuto al Centro Mater Gratiae...

Venerdì febbraio siamo stati invitati da Tamat NGO all’incontro “Fattore sociale, agricoltura e immigrazione per l’innovazione sociale”, nell’ambito del progetto “Coltiviamo l’Integrazione”, importante occasione per discutere sull’importanza dell’agricoltura, ed in particolare dell’agricoltura sociale, come strumento di integrazione e cooperazione, come Tamat vuole precisare, “a tutte le latitudini”.

L’incontro si è tenuto al Centro Mater Gratiae di Montemorcino, dove è anche presente il parco equosolidale che è stato al centro del progetto. “Il parco”, ha spiegato Colomba Damiani di Tamat, “è ora un hub progettuale non solo per l’agricoltura sociale, ma per l’agricoltura come strumento del sociale. È partito tutto con un progetto pensato per cittadini migranti, ma con l’inizio di “OrtoInsieme” abbiamo pensato anche alla cittadinanza, per riuscire a riportarla in un ambiente che è fuori dagli orizzonti del cittadino comune. Si è trattato anche di un primo passo verso l’allungamento della filiera dei prodotti del parco, che ha visto poi anche il contributo del mondo della scuola, dalla primaria alle superiori, che è stato messo in contatto con il mondo dei migranti. La cosa più bella è stata la riconferma, se ce ne fosse stato bisogno, che “i bambini non sono razzisti”.

Ma Tamat non si è fermata qui: “Un terzo step è stato rivolgersi ai ragazzi diversamente abili, che con “Innesti” hanno avuto una possibilità di integrazione e inclusione attraverso il lavoro. Con questo progetto hanno avuto la possibilità di “riempire la loro agenda”, normalmente vuota quando invece hanno bisogno di andare, uscire, dimostrare che il loro lavoro è un valore, uno scopo raggiunto tra l’altro grazie alla loro partecipazione ai mercati rionali in cui sono essi stessi a presentare i frutti delle loro fatiche”.

“Da tutto questo percorso”, conclude Damiani, “è nata l’idea di creare una start-up agricola per la trasformazione del prodotto, che può dare un’ulteriore possibilità lavorativa per tutti coloro che sono e saranno coinvolti a vario titolo in questa “filiera del sociale”.

E ora? Risponde nel suo intervento Domenico Lizzi, sempre di Tamat: “Il tutto sta nel costruire prospettive: il prossimo step è quello di metter su una cooperativa che offra opportunità lavorative. Il problema per progetti come quelli in cui lavoriamo è quello burocratico e normativo: sono molti i ragazzi che hanno iniziato a collaborare con noi che hanno poi dovuto smettere per problemi di documenti. Ma noi conosciamo li punti di forza e le potenzialità del progetto, e quindi andiamo avanti”.

Di spiegare quanto abbia imparato Tamat dagli anni della cooperazione internazionale si è occupato il presidente di Tamat, Pietro Sunzini: “Nella nostra esperienza con Paesi terzi, in particolare africani, ci siamo accorti che il valore aggiunto dei prodotti agricoli spesso viene sprecato per mancanze della filiera locale. Nel caso del pomodoro, ad esempio, il 70-80% del prodotto viene perso o venduto a prezzi ridicoli se, come spesso succede, non c’è una catena del freddo. Ci sono poi i fattori ambientali: nella stagione delle piogge è semplice la coltivazione di prodotti come il miglio, ma altre coltivazioni “nobili”, ricche a livello nutrizionale come gli ortaggi, non sono possibili per la scarsità di acqua in superficie: per ottenere acqua è spesso necessario trivellare a decine di metri di profondità. A queste condizioni non stupisce che in molti siano costretti a vendere i loro terreni, trasferirsi nelle città e nei Paesi vicini, o tentare la carta della migrazione verso l’Europa.”.

Per questo l’azione di Tamat nei progetti in cui è parte in Italia ha soprattutto come obiettivo quello di formare e far fare esperienza, diciamo così, “sul campo”: “Gli uomini e le donne che vengono coinvolti nei nostri progetti e decidono di tornare nei loro Paesi possono cambiare questo stato di cosa, grazie all’expertise accumulata nella attività svolte in Italia sia nella fase agricola che nella fase di lavorazione del prodotto”.

Dopo che Tamat ha fatto gli onori di casa, sono iniziati gli interventi degli ospiti di giornata. Ha iniziato un partner istituzionale, la Municipalità di Agios Athanasios (una località vicina a Limassol, a Cipro), nella persona di Christofis Christofi.

“La nostra è una piccola comunità, di 20 mila abitanti, che sta conoscendo una fase di sviluppo. Siamo impegnati in nu erosi progetti finanziati con fondi europei per la creatività, l’innovazione, e azioni che insistono sul tema migratorio. A Cipro ci son ora circa 180 mila migranti, per lo più arrivati dal Medio Oriente a Cipro del Nord via nave e poi che hanno attraversato la buffer zone tra Cipro Nord e Cipro a piedi. A partire dagli anni Novanta Cipro si è trasformato da Paese di emigrazione a Paese di immigrazione, ma se prima erano gli investimenti nel Paese a necessitare manodopera e poi lavoratori qualificati, ora conosciamo flussi migratori di tipo umanitario o di carattere economico che non rientrano nella fattispecie tradizionale”.

“Questi flussi migratori presentano criticità proprie, come la non conoscenza della lingua, o derivate, come una certa resistenza all’accettazione da parte dei locali. Ma hanno anche sottolineato le debolezze delle policies di coesione sociale messe in campo dallo Stato, come il mancato coordinamento tra gli uffici, le lungaggini della burocrazia, e l’incompletezza dei dati demografici riguardanti queste persone. Servono cambiamenti, politici, economici e per la qualità della vita, e quindi politiche attive per l’integrazione e l’inclusione sociale”.

Ed è qui che la conoscenza di buone pratiche messe in campo negli altri Paesi può venire in soccorso, “per esaltare le potenzialità lavorative degli immigrati, per dare loro la possibilità di formarsi, supporto psicologico, chance di integrazione e formazione grazie al lavoro volontario. Per quanto riguarda l’agricoltura, i progetti messi in campo qui a Montemorcino mostrano la possibilità di agire per la produzione dei prodotti agricoli per il consumo proprio e la lavorazione, promuovere uno stile di vita salutare, coltivare prodotti della loro tradizione, sviluppare capacità imprenditoriali”.

A proposito di buone pratiche, è a questo punto che inizia la serie gli interventi delle altre organizzazioni ospiti della serata, che hanno condiviso il loro contributo nell’ambito del progetto e i risultati positivi delle rispettive esperienze volte all’integrazione dei cittadini di Paesi terzi non solo in Umbria, ma in tutta Italia:

  • Cecilia Lindenberg (Fondazione ISMU)

“ISMU si è presa in carico il compito di elaborare un modello condiviso per l’integrazione dei migranti attraverso l’agricoltura, a partire dallo studio delle buone pratiche e del primo ciclo di sperimentazione a Milano, Perugia e Ragusa”.

  • Edoardo Todeschini (Rob De Mat, di Milano)

“La nostra è un’APS con ristorante-bistrò e giardino-orto, che si occupa di reinserimento lavorativo per categorie in difficoltà, che siano persone con disagi psichici o immigrati. Lo scopo è quello di offrire una professionalizzazione più alta, e magari riportarli in settori produttivi dai quali “scappavano”, come l’agricoltura per alcuni immigrati che già vi si erano cimentati nel loro Paese. È stata una sfida a livello formativo, partita da una situazione di totale di precarietà, ma che ha avuto ottimi risultati: dei 16 dipendenti di Rob De Mat un terzo sono dal processo di reinserimento, e si è formato un bellissimo gruppo. Le differenze hanno creato un amalgama, come dovrebbe essere”.

  • Elisa Occhipinti e Adriana Cannizzaro (I Tetti Colorati Onlus, di Ragusa)

“È un’associazione nata nel 2014 per azioni contro la marginalità sociale con progetti in ambito abitativo ed alimentare”. “Tutto è partito dal progetto Costruiamo saperi, per l’artigianato locale, la trasmissione di competenze e l’inserimento lavorativo di 25 persone con disagi sociali. E abbiamo avuto la prova che nella coltivazione del prodotto si coltiva anche la persona, che con il suo lavoro rinasce.”

  • Carolina Rocha Barreto (Robert F. Kennedy Human Right Italia di Firenze)

“La fondazione nasce nel 1968, dopo la morte di Robert Kennedy, per promuovere la sua eredità morale per un mondo più giusto. Siamo in Italia dal 2004. Lavoriamo a progetti che riguardano i giovani e per aiutare i migranti a trovare lavoro. Per Coltiviamo l’Integrazione abbiamo partecipato curando la mostra di fotografie che verrà tenuta alla fine del progetto”.

  • Samanta Musarò (Associazione Kilowatt)

“Kilowatt fa parte della rete Semìno, e ha come missione quella di fare da acceleratore di idee ad alto impatto sociale. Siamo partiti dalle vecchie serre dei Hiardini Margherita, a Bologna, che abbiamo trasformato in uno spazio fruibile quotidianamente dalla collettività. Lì organizziamo spazi di cowrking, laboratori sperimentali per bambini tra 0 e 6 anni, e un ristorante vegetariano in forte connessione con il nostro orto. La nostra visione è semplice: quello che guida le nostre attività è l’impatto che queste possono produrre nel medio-lungo termine. E lavorando abbiamo potuto constatare come in Italia ci sia sempre più curiosità verso la cucina straniera e i prodotti in essa utilizzati: per questo Semìno vuole produrre e vendere prodotti tipici della comunità migrante per raccontare l’emigrazione attraverso il cibo, con alti valori nutritivi, e prodotti in loco per dare possibilità lavorative”.

  • Marios Zittis (Cardet, di Cipro)

“La nostra è un’organizzazione che si occupa di educazione, giustizia sociale e innovazione. Il ruolo nella rete è stato quello di produrre un catalogo di best practices, in modo da raccogliere informazioni e per trasferire le buone pratiche per l’integrazione attraverso l’agricoltura”.

  • David Grohmann (Dipartimento di Agraria dell’Università di Perugia)

“Il contributo del Dipartimento è stato quello di assistere nella fase di germinazione dei prodotti agricoli grazie a Samuel Di Castro, agronomo del progetto. Negli ultimi tempi è aumentato l’interesse per l’agricoltura, intesa in particolare come strumento per costruire percorsi per persone con disabilità mentali e fisiche, e come occasione per creare spazi di condivisione”.

  • Alessandro Broccatelli (Cidis Onlus)

“Cidis è impegnato nel campo dell’accoglienza con progetti dedicati, laboratori per le scuole, sportelli per gli informativi per gli stranieri, corsi di lingua, e percorsi di inserimento socio-lavorativo. Uno degli casi di successo tra quelli di cui ci siamo occupati è quello di Bangaly, con il quale abbiamo iniziato tempo un percorso di accogleinza personalizzato con due obiettivi principali: ottenere la licenza media e l’inserimento lavorativo nel settore agricolo. Per portare a termine questo secondo obiettivo abbiamo preso contatti con un’azienda di Spello per iniziare un tirocinio formativo, con cui fosse possibile per Bangaly fare esperienza on the job prima nella raccolta delle olive e poi nella potatura. Nonostante i primi tempi difficili, con delle iniziali riserve da parte del titolare, il lavoro del ragazzo è stato apprezzato, al punto che il datore di lavoro alla fine del tirocinio lo ha richiamato per un contratto, per poi recentemente farlo coordinatore del processo di potatura. È un esempio ideale per far capire quello per cui lavoriamo: abbiamo creato un’esperienza in primis vantaggiosa per lui, ma in secondo luogo anche con un forte impatto sui locali. Un esempio perfetto di integrazione attraverso il lavoro, in questo caso il lavoro agricolo”.

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