18 dicembre: siamo tutti lavoratori migranti

Il 18 dicembre 1990, ormai trenta anni fa, l’Assemblea Generale dell’ONU ha adottato la Convenzione per la protezione dei diritti di tutti i lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie. Lo scopo di questo importante documento era (ed è tuttora) quello di tutelare, indipendentemente dal loro statuto migratorio, i lavoratori e le lavoratrici migranti...

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Il 18 dicembre 1990, ormai trenta anni fa, l’Assemblea Generale dell’ONU ha adottato la Convenzione per la protezione dei diritti di tutti i lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie.

Lo scopo di questo importante documento era (ed è tuttora) quello di tutelare, indipendentemente dal loro statuto migratorio, i lavoratori e le lavoratrici migranti dallo sfruttamento e dalle violazioni dei diritti umani, ribadendo i diritti fondamentali contemplati nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e nelle convenzioni internazionali sui diritti umani.

Gli articoli della Convenzione sancisce i diritti civili, politici, economici, sociali e culturali dei lavoratori e delle lavoratrici migranti ­– per esempio il diritto di informare le autorità consolari in caso di arresto, il diritto ai servizi medici minimi necessari o all’istruzione per i figli – in quanto migranti, quindi tenendo conto della loro particolare situazione. In particolare agli Stati sono invece dirette le linee-guida per l’elaborazione di politiche migratorie nazionali basate sul rispetto dei diritti umani, oltre a disposizioni riguardanti le violazioni della legislazione in materia di migrazione e i divieti: uno su tutti, il divieto di espulsione collettiva.

Dal 2000, la giornata del 18 dicembre è celebrata a livello internazionale come la Giornata Internazionale dei Migranti: un’occasione per promuovere i valori espressi dalla Convenzione, entrata in vigore nel 2003 al raggiungimento del numero minimo di ratifiche, e sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza dei temi da essa trattata.

Perché bisogna sempre ricordarsi che il fenomeno migratorio è un fenomeno globale, e che tocca tutti indistintamente, che sia in modo diretto o indiretto.

In primo luogo perché non è possibile immaginare un modo del lavoro senza il contributo dei lavori migranti, specie in alcuni settori lavorativi: l’edilizia e il lavoro agricolo in particolare per gli uomini, per le donna la cura della persona. In secondo perché, in un mondo interconnesso e in un mercato del lavoro ormai globalizzato, siamo tutti (almeno potenzialmente) lavoratori migranti.

I numeri della migrazione

Secondo il World Migration Report dell’OIM-Organizzazione Internazionale per le Migrazioni , le persone migranti nel mondo sono 272 milioni (circa il 3,5% della popolazione mondiale), due terzi delle quali cambiano Paese per motivi di lavoro. A questi si aggiungono i cosiddetti “internal displaced”, persone costrette ad abbandonare le proprie abitazioni ma che rimangono nello stesso Stato (41 milioni) e gli apolidi (3,9 milioni). Negli ultimi anni diversi eventi hanno incrementato il numero delle partenze: lunghi conflitti come in Siria, Yemen, Repubblica Centrafricana, Repubblica democratica del Congo e Sud Sudan; campagne di violenza etnica, come quella contro i Rohingya nel Myanmar o gravi crisi economiche, come nel caso del Venezuela. È l’India il Paese di origine del maggior numero di migranti (17,5 milioni), seguita da Messico e Cina, mentre gli Stati Uniti restano la destinazione principale con 50,7 milioni di arrivi. Nel 2018 il flusso totale delle rimesse dei migranti ha raggiunto i 689 miliardi di dollari: un numero che conferma come il fenomeno migratorio coinvolga non solo persone provenienti da Paesi in guerra o ad alto livello di povertà, ma sia diffuso anche nelle aree sviluppate.

L’Europa e l’Italia

Stando agli ultimi dati Eurostat, nel 2018 hanno fatto il loro ingresso nei Paesi dell’Ue 2,4 milioni di migranti e alla fine dello stesso anno quelli residenti nei 27 Paesi membri erano 446,8 milioni, il 4,9% della popolazione totale. È Malta il Paese con il più alto tasso di popolazione migrante (55 ogni 1.000 abitanti), mentre l’Italia è uno degli ultimi di questa classifica (5,5 ogni 1.000 abitanti). Il nostro Paese ha visto l’ingresso di circa 332mila persone, 230mila delle quali extracomunitarie. Negli ultimi anni, il dibattito pubblico nazionale si è concentrato soprattutto sugli arrivi illegali via mare di migranti, che però rappresentano una fetta molto ridotta del fenomeno: nel 2018 furono 23.126, circa un decimo del totale.

Abbiamo accennato poco più sopra al “numero minimo di ratifiche” infine raggiunto per far entrare in vigore la Convenzione: un escamotage tipico del diritto internazionale per rendere almeno in alcuni Paesi efficaci gli articoli di un documento, e spingere con l’esempio dei primi ratificatori anche gli altri Stati della comunità internazionale ad aderire.

Questo numero minimo era pari a 20. Ad oggi, sono 51 i Paesi che hanno ratificato la Convenzione, per la maggior parte Paesi di provenienza dei flussi migratori. I grandi assenti nella lista dei ratificatori sono i Paesi dell’Europa occidentale o del Nordamerica, in particolare quelli in cui il flusso migratorio in entrata è particolarmente importante, quindi quelli a cui la Convenzione è particolarmente rivolta. Tra questi, nonostante siano ormai sistemici lavoro sommerso, sfruttamento e caporalato, anche l’Italia.

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