La parola al mediatore Mamadou

Umbria Integra intervista Mamadou, giovane mediatore che lavora in Umbria. Parlaci un po’ di te. Quando sei arrivato in Italia? Vengo dal Gambia, ho 24 anni. Il 10 settembre saranno quattro anni che sono in Italia. Quando sono stato ospitato in un centro accoglienza, non mi è stato subito riconosciuto il diritto di asilo. Mi è...

Umbria Integra intervista Mamadou, giovane mediatore che lavora in Umbria.

Parlaci un po’ di te. Quando sei arrivato in Italia?

Vengo dal Gambia, ho 24 anni. Il 10 settembre saranno quattro anni che sono in Italia.

Quando sono stato ospitato in un centro accoglienza, non mi è stato subito riconosciuto il diritto di asilo. Mi è stato negato, poi ho fatto ricorso e l’ho vinto. Nel 2017, ho iniziato il corso di formazione professionale “Introduzione all’Interpretazione Giudiziaria” promosso dalla Scuola Superiore per Mediatori Linguistici di Perugia (SSML). Una volta erano gli altri ad ascoltare le mie storie, adesso sono io che ascolto le storie dei ragazzi, le traduco e li aiuto. Fare il mediatore è una cosa bellissima che mi permette di aiutarli.

Inizialmente non ho preso in considerazione l’idea di fare il mediatore. Lo facevo così per caso, ma non mi piaceva. Poi il mestiere mi è piaciuto, lavorare con i fratelli africani è importante.  Qualcuno è timido, ma quando cominciano a parlare poi è tutto più facile.

Il mediatore interculturale è una figura professionale che svolge attività di mediazione fra cittadini stranieri e comunità locale. La figura ha anche il compito di segnalare eventuali differenze culturali. In cosa consiste il tuo lavoro?

Il mio lavoro consiste nell’aiutare il ragazzo a farsi capire nel racconto della sua storia in Tribunale, quando sceglie di fare ricorso una volta che l’asilo gli è stato negato. È molto importante la traduzione, perché ogni storia è diversa.

Il primo contatto che ho con i ragazzi è la conoscenza. Parliamo di Libia, di esperienze che abbiamo condiviso. Anche io ero nell’ accoglienza, conosco quello che hanno passato. Se gli racconti la tua esperienza ti racconteranno tutto anche loro. A volte mi viene da fare l’avvocato, ma il mediatore non fa questo. Bisogna rispettare i propri doveri, i limiti del proprio lavoro.

A volte, intervengono differenze culturali durante gli incontri. Per esempio, nella mia cultura, guardare negli occhi è un segno irrispettoso, soprattutto nei confronti di un’autorità e dei propri genitoriQui, nei Tribunali ad esempio, cercano di capire se un ragazzo sta dicendo la verità guardandoti negli occhi. Questo è un tratto di una cultura diversa, che però gioca un ruolo cruciale durante i ricorsi e le udienze in Tribunale.

C’è una parola della tua lingua che vorresti aggiungere al vocabolario italiano?

La mia lingua è il Fula. In Fula “waioi”: vuole dire tante cose ‘sono stanco’, ‘voglio tornare a casa’, ‘ho fame’. Per esempio, quando sei seduto su una panchina con un gruppo di persone, sentendo questa parola ti chiederanno ‘cosa c’è’, ‘cos’hai’?

Ti piace vivere in Umbria?

L’Umbria è la mia seconda casa. Ovunque io vada ho tutta la mia vita qui. Io non dimenticherò mai l’Umbria dove ho fatto tantissime esperienze, un posto che mi ha dato speranza. Mi hanno detto ‘ce la fai’, e io ci ho creduto. Anche se sono in un altro Paese, la mia storia rimarrà dentro di me, bisogna condividerla con le persone. Bisogna avere il coraggio di raccontarla. Non bisogna avere paura del giudizio altrui, tutti possono giudicarti. La natura e le persone dell’Umbria me le porterò dietro sempre.

Prospettive per il futuro?

Credo di restare in Italia. Con altri ragazzi a Madonna Alta abbiamo creato Save The Youth Group Action (SYAG) realtà in cui ho conosciuto molti ragazzi e ragazze. Facciamo attività sportive, incontri e discussioni su temi di attualità e interesse per i giovani e sulle migrazioni.

Grazie Mamadou per aver raccontato un po’ di te.

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