Il ruolo dei social, il peso delle storie – Riflessioni sull’#IJF19 (Parte 3/3)

Il Festival Internazionale del Giornalismo è una delle più importanti e conosciute manifestazioni riguardanti il mondo dell’informazione. L’edizione 2019 a detta degli organizzatori è stata contrassegnata da un particolare successo di pubblico, più giovane e con molti stranieri. Vista l’attenzione riservata negli ultimi tempi dalla politica e dal giornalismo alla “questione migranti” e al mondo...

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Il Festival Internazionale del Giornalismo è una delle più importanti e conosciute manifestazioni riguardanti il mondo dell’informazione. L’edizione 2019 a detta degli organizzatori è stata contrassegnata da un particolare successo di pubblico, più giovane e con molti stranieri.
Vista l’attenzione riservata negli ultimi tempi dalla politica e dal giornalismo alla “questione migranti” e al mondo di argomenti a questa collegati, molti panel si sono occupati del ruolo dell’informazione nella narrazione del fenomeno, e come abbia influenzato il comune sentire verso questo tema, in ossequio a valutazioni propagandistiche o di semplice tiratura. O di visualizzazioni, se si parla di web e social.
Ma cosa abbiamo imparato da questa cinque giorni di panel? Cerchiamo di fare un po’ di ordine.
Se ve le foste perse, trovate qui la prima e la seconda parte.

…e sui social?

Se una parte sempre maggiore dei cittadini dei Paesi occidentali tende a passare il proprio tempo sui social network, non stupisce che cresca la percentuale di quanti si rivolgono ad essi come principali, a volte uniche, fonti di notizie. Questo non aiuta a chiarire il quadro, anzi: la natura stessa dei social porta ulteriori problemi.

tweet ottaviani

Un’immagine retwittata da @JacopoOttaviani: una delle tante “notizie” circolate sui social, diventate virali prima che vengano riconosciute come bufale

In primo luogo quella che viene definita “echo chamber”, “camera dell’eco”: all’utente vengono proposti contenuti tendenzialmente in linea con quanto già gli interessa, diminuendo la possibilità di attingere ad informazioni che presentino punti di vista differenti. Per i meno accorti, è come condannarsi alla disinformazione perenne.

Anche perché non è solo un problema di punti di vista differenti: la pluralità di opinioni è l’essenza della democrazia, e ognuno può usare la chiave di lettura più congeniale per farsi un’idea del mondo attorno a sé. Ma cosa fare se si è bombardati da notizie non solo incomplete, ma completamente false?

“Bombardamento” non a caso: “nell’ultimo studio dell’Associazione Carta di Roma, a causa della campagna elettorale le parole più usate negli articoli riguardanti l’immigrazione sono state “Ong” nel 2017 e “Salvini” nel 2018, quindi niente che riguardasse direttamente i migranti […] È stata un guerra politica, che si è giocata sul terreno del linguaggio”. È questa la visione di Annalisa Camilli, giornalista del mensile Internazionale. E le vittime sono ovviamente i migranti, protagonisti loro malgrado delle ricostruzioni più inverosimili.

Come il caso costruito la scorsa estate intorno alle unghie di Josefa, “scappata dal Camerun per situazione familiare complicata, soccorsa dopo ore in mezzo ai cadaveri dei suoi compagni di viaggio. Ma l’attenzione passa dagli occhi e dalla storia di Josefa (e dalle scelte governo sui salvataggi in mare), alle sue unghie laccate, mostrate da alcune foto scattate a poche ore dallo sbarco a Palma di Maiorca. Inizia a circolare la voce che fosse un’attrice dell’ONU, quando in realtà era il risultato del modo usato dai volontari della nave per far sentire a suo agio la donna: con massaggi e, appunto, laccandole le unghie”.

All’attacco contro la persona si unisce quello contro le organizzazioni internazionali, e quindi ad una particolare lettura di queste vicende: un modo per la propaganda di sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dalla spinta emotiva suscitata da queste vicende.

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Nello Scavo, Carlotta Sami, Annalisa Camilli e Matteo Villa al panel “Raccontare i migranti oltre disinformazione, propaganda e pregiudizi”

L’analisi di Matteo Villa (ISPI) si concentra sul ruolo avuto da un social particolarmente usato negli ultimi anni dai leader politici, Twitter, con un focus sugli ashtag #ong, #portichiusi, e #globalcompact:

  • Le ONG sono spesso state definite “taxi del mare”. In realtà, per quanto i dati sembrino controintuitivi, non si è dimostrata nessuna vera connessione tra la presenza di navi delle ONG in mare per salvare i migranti e la propensione a partire;
  • La logica è “Se noi chiudiamo i porti, allora non partirà più nessuno”. Un discorso apparentemente logico, che però non trova dati che possano verificarlo o smentirlo: ormai non c’è più nessuno a controllare, a parte guardia costiera libica e poche navi delle ONG;
  • “Global Compact for Migration”, il patto globale approvato dall’ONU per «rafforzare la cooperazione internazionale e le partnership globali per una migrazione sicura, ordinata e legale», è diventato sui social un patto globale per incentivare l’emigrazione allo scopo di proseguire la sostituzione etnica nei Paesi del Nord del mondo. E dietro tutto questo ci sarebbe il magnate Soros, presenza immancabile in qualsiasi complotto.

I social sono spesso elogiati per aver democratizzato l’informazione a livello globale. Ma proprio per questo, “una fake news partita dal basso può più di un’informazione partita dall’alto. È questo il nostro dilemma oggi”.

 

Le storie come antidoto alla disinformazione

In sintesi, la narrazione del fenomeno migratorio conosce due registri comunicativi diventati sempre più mainstream: quello sensazionalistico e quello con accenti xenofobi. Due registri apparentemente in antitesi, ma che portano ad un risultato comune: la disumanizzazione di quanti in questo fenomeno sono coinvolti direttamente, anche se non sempre volontariamente, come attori principali.

Per fermare tutto questo serve che i giornalisti tornino sul campo per raccontare la verità, e che i modi di documentare la realtà cambino. Commenta Morales che “per un lettore è difficile relazionarsi con dei migranti su una barca fotografata da lontano”.

È un’opinione comune a tutti gli esperti presenti ai panel del Festival: raccontare le storie, e restituire a queste persone la loro umanità, è la strada da percorrere.

Le storie di Mirna e di Josefa, che abbiamo già incontrato, sono solo degli esempi di come raccontare una vicenda umana complessa come i flussi migratori a partire dalla storia del singolo.

La freelance Ricci Shryock spiega, mentre mostra alcune foto a persone da lei incontrate, che le storie “possono ricreare con la loro potenza un’intera situazione: ciò che la morte di una ragazza gambiana, portiere nella nazionale femminile del suo Paese, ha lasciato dietro di sé; un uomo rifugiato in Senegal, che gli riconosce la cittadinanza; quattro ragazzi, lasciati nel deserto dai trafficanti, che sono riusciti a tornare e ripartiranno; e un altro ragazzo, che ha deciso di fuggire dal Burkina Faso ma ora desidera solo tornare a casa”.

E chi arriva alla fine della traversata del Mediterraneo ha storie da raccontare: storie di coraggio e di sofferenza. Non tutti sono propensi a voler vivere di nuovo quello che hanno passato, ma a volte non servono neanche le parole per far intuire la durezza del viaggio: Pamela Kerpius ha avuto la possibilità di testimoniare che “i migranti che sono a Lampedusa hanno negli occhi e sulla pelle la durezza del viaggio e della permanenza forzata sull’isola. Queste persone sono ormai parte della storia di questo Paese, ma la maggioranza decide di non prestare attenzione alle loro problematiche”.

A volte queste storie pretendono che si descrivi minuziosamente il vissuto di chi le racconta: l’uso dei dettagli per umanizzare la brutalità subita.

Francesca Mannocchi e Agus Morales, nel panel a cui erano presenti, raccontano due testimonianza crudeli, ma per questo ancora più vere. Come la storia del ragazzo somalo che, in condizioni disperate quando viene salvato nel Mediterraneo, poco a poco migliora durante il viaggio verso la terraferma, solo per poi morire non appena si era già in vista della costa.

O quella di una donna siriana, che con la sua famiglia salpa su un barcone alla volta dell’Europa. Nel tentativo di salvare tutti dall’immancabile naufragio, lei afferra la figlia più piccola e il padre si occupa del figlio mediano, mentre il grande deve nuotare senza aiuti. Il figlio più grande muore in mare. La morale che questa madre ha tratto da quello che ha vissuto è che, come hanno saputo per millenni i marinai, “in mare nessuno salva nessuno”. L’ironia è che a volte l’aiuto non può essere trovato neanche alla fine del mare: dopo essere sopravvissuti, ed arrivati in Europa, l’intera famiglia è stata riportata in Libia.

Quando ascolti le storie, la verità ti si para davanti per come è. La storia di una sola persona, a prescindere dalla piega tragica che assume la sua vita durante il suo viaggio, apre uno squarcio sulle motivazioni alla base di un intero fenomeno.

E il buon giornalismo deve imparare di nuovo a cercare le persone e le storie che queste hanno da raccontare. Solo così possiamo sperare che la disinformazione torni nell’angolo da cui politicanti e giornalisti con un obiettivo propagandistico lo hanno stanato. L’accettazione per chi ha un vissuto diverso dal nostro, e l’integrazione di chi viene da un altro Paese per avere una nuova vita nelle nostre città, a quel punto verranno da sole.

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