Hate speech, un’analisi socio-linguistica: intervista a Gabriella Klein

Umbria Integra ha deciso di dedicare uno speciale approfondimento alla tematica dell’incitamento all’odio, o hate speech, per comprenderne meglio la natura, i contesti, e individuare strategie per arginarlo e contrastarlo. Abbiamo intervistato Gabriella Klein, professoressa di Linguistica presso l’Università degli Studi di Perugia e coordinatrice di numerosi progetti europei sul contrasto alla comunicazione razzista e...

Umbria Integra ha deciso di dedicare uno speciale approfondimento alla tematica dell’incitamento all’odio, o hate speech, per comprenderne meglio la natura, i contesti, e individuare strategie per arginarlo e contrastarlo.

Abbiamo intervistato Gabriella Klein, professoressa di Linguistica presso l’Università degli Studi di Perugia e coordinatrice di numerosi progetti europei sul contrasto alla comunicazione razzista e xenofoba, a cui abbiamo fatto alcune domande sugli aspetti socio-linguistici più salienti dell’hate speech e su una possibile comunicazione alternativa.

 

Che ruolo ha il linguaggio nel determinare il comportamenti delle persone online?

 

Intanto facciamo una distinzione tra le varie tipologie di linguaggio. C’è il linguaggio verbale, quello paraverbale, che si riferisce all’uso della voce, quello non verbale, ovvero il linguaggio corporeo, e il linguaggio visivo.

In realtà il linguaggio non riguarda soltanto le parole, ma la comunicazione nel senso più completo.

Esiste una dinamica interattiva tra le parole che usiamo e il nostro modo di pensare. Il nostro modo di pensare influenza le nostre scelte linguistiche e le scelte linguistiche influenzano la nostra mentalità. È un circolo continuo di influenza reciproca dell’uno e dell’altro.

Ci si potrebbe chiedere: se io ho una certa mentalità, userò sempre le stesse parole, che ricreano quella stessa mentalità, o c’è la possibilità di rompere questo circolo vizioso?

È sempre importante prendere in considerazione il contesto, ovvero la situazione concreta nella quale si manifesta un determinato linguaggio: chi sono gli interagenti? Chi dice cosa a chi? Per quale motivo si dice qualcosa? Per ottenere quale risultato? Sulla base di quale background culturale e sociale? In quale momento viene detto qualcosa?

Il contesto è molto complesso e in esso tutti gli elementi si influenzano a vicenda ma è un aspetto importante da tenere presente, nel momento in cui rivolgiamo il nostro discorso a un determinato target. È necessario chiedersi come direbbe, come scriverebbe questo discorso online il target di riferimento, come gli altri si vogliono auto-categorizzare.

Per fare un esempio, la parola negro, un termine che nella società cosiddetta “bianca” è classificato come negativo, non è considerato egualmente offensivo da ragazzi che appartengono alla comunità afro-americana di Brooklyn. Non esiste una grammatica fissa, dipende sempre dal contesto.

Spesso non siamo consapevoli di tutte le implicazioni e complicazioni del linguaggio.

 

Quali sono le parole che la comunicazione pubblica dovrebbe evitare di usare per non rafforzare quelle categorie che vengono molto utilizzate dai media, ormai consolidate, e quali sono invece le parole che sarebbe bene usare per generare una comunicazione positiva, costruttiva?

 

Parlando anche di comunicazione istituzionale e testi di legge, il termine razza, a mio avviso, è da sostituire con una categorizzazione che sia più adatta al mondo di oggi. Si tratta di categorie che nascono su un humus, diciamo, istituzionale-burocratico che però, trasferite nel linguaggio quotidiano, possono essere veramente nefaste.

Rifugiato, richiedente asilo, si parla di persone, non sono scatole.

Il termine migrante è abbastanza neutrale, finché viene usato in contesti neutrali.

Sono arrivate, in questo senso, indicazioni anche dall’Unione Europea, che ha confermato che è questo il termine giusto da adottare, da usare come categoria neutrale.

Il migrante/la migrante è una persona che si sposta da un luogo all’altro. Può anche trattarsi di spostamenti interni allo stesso paese. Anche un turista è un migrante, anche se noi non lo pensiamo così. È questo però il significato “denotativo” della parola, senza altre implicazioni. Migrante è meglio di immigrato, a meno che non si usi questa definizione nel contesto adatto.

Un migrante non è solo un immigrato. Un migrante può decidere di andare a vivere in Inghilterra e un domani potrebbe decidere di tornare nel proprio paese di origine, per cui la migrazione è parte del suo essere. Se parliamo delle persone che migrano in Italia e li definiamo solo “immigrati”, stiamo negando tutta la loro storia precedente. È, invece, corretto l’uso della parola immigrazione se parliamo del determinato momento storico nella vita di una persona in cui, appunto, questa è immigrata in Italia.

Altri termini da rivedere: illegale, clandestino, irregolare. Le istituzioni europee hanno affermato che l’uso della parola irregolare è accettabile, non lo è invece quello di illegale e clandestino.

A mio modo di vedere, da socio-linguista, in questo contesto sarebbe più corretto parlare di una persona “che si trova in una situazione burocratica irregolare”. È la situazione che è irregolare, non la persona. È questo slittamento semantico, questo passaggio dall’aggettivo al sostantivo che è molto rischioso.

Altri esempi: seconda generazione. Che cosa vuol dire questa definizione? Che stiamo parlando del figlio/figlia di due persone che sono immigrate o del figlio/figlia di una sola persona straniera? E anche la definizione di straniero/straniera: quando si finisce di essere straniero/straniera? Certo, dal punto di vista burocratico, quando si ottiene la cittadinanza. Ma le posso assicurare, da tedesca in Italia, che dopo 40 anni di carriera accademica qui la mia origine straniera viene spesso sottolineata.

Scegliere le parole è un lavoro. Io amo dire che siamo intrappolati nelle parole, che diventano categorie, più facili e veloci da usare.

 

Quali sono le strategie che possono essere impiegate per ribaltare il punto di vista espresso in un messaggio negativo e trasformarlo in una forma di comunicazione positiva?

 

La contro-narrazione e la narrazione alternativa sono le strategie elaborate dai manuali del Consiglio d’Europa, ma anche il ricorso all’autobiografia è un buon metodo e, in generale, è necessaria molta formazione su questi temi. I vari ordini professionali, pubblicitari, giornalisti ma anche avvocati, dovrebbero avere un loro codice di condotta comunicativa e linguistica.

 

Che ruolo ha la politica linguistica in Italia nell’alimentare eventualmente discorsi di incitamento all’odio e qual è la responsabilità dei media nella costruzione delle categorie?

 

In Italia non esiste una vera e propria politica linguistica. Ci sono dei politici come la Boldrini che fanno, giustamente, delle osservazioni pubbliche in senso costruttivo.

L’Accademia della Crusca o l’Accademia dei Lincei potrebbero istituire una commissione che si occupi di queste tematiche, ma questo potrebbe diventare rischioso. Se un’accademia stabilisse quali parole si possono usare e quali no, dove sarebbe la libertà di espressione? Questo è un grosso punto interrogativo. E forse è giusto che sia così.

Sarebbe meglio che ogni istituzione o ordine professionale facesse le sue riflessioni su queste questioni, lasciando al linguaggio il suo dinamismo e la facoltà di variare col tempo. Non dimentichiamo che le mentalità variano più velocemente e l’uso linguistico “zoppica” sempre dietro a questi cambiamenti e una eventuale regolamentazione, una politica linguistica, resterebbe ancora più indietro.

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