“Choucha. Une insondable indifférence”: Il campo profughi dimenticato

Intervista a Djibril Diallo,  giornalista investigativo presso Nawaat, il sito di notizie più letto in Tunisia e conduttore di programmi per Radio Citoyenne. Diallo ha scritto molto di società, migrazione e diritti umani, che attivamente difende. Nel 2016, con la produttrice Sophie Bachelier, ha realizzato il film “Choucha: Un’ insondabile indifferenza”, documentando la storia del...

Intervista a Djibril Diallo,  giornalista investigativo presso Nawaat, il sito di notizie più letto in Tunisia e conduttore di programmi per Radio Citoyenne. Diallo ha scritto molto di società, migrazione e diritti umani, che attivamente difende. Nel 2016, con la produttrice Sophie Bachelier, ha realizzato il film “Choucha: Un’ insondabile indifferenza”, documentando la storia del campo profughi omonimo, creato nel 2011 a sud della Tunisia dall’ Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (UNHCR) e situato a pochi chilometri dalla frontiera con la Libia di Ras Jedir.

Choucha è stato ufficialmente chiuso nel giugno del 2013. Il campo però ha continuato a ospitare centinaia di persone, in attesa di ricevere una risposta sul loro status. Abbiamo avuto l’occasione di incontrare Diallo durante la sua visita in Italia e a Perugia e lo abbiamo intervistato per saperne di più su Choucha e sulla sua esperienza.

Un flashback in Libia

Dopo la prima guerra civile in Libia (2011), conclusasi con la fine della quarantennale dittatura imposta dal regime del colonnello Muammar Gheddafi, che ha causato 200.000 morti e 4 milioni di rifugiati, molti lavoratori subsahariani che vivevano nel paese sono fuggiti dai combattimenti, disperdendosi.  Si sono ritrovati nei campi aperti dalle Nazioni Unite nel sud della Tunisia. Come quello di Choucha.

Nel giugno 2013 le autorità tunisine e l’UNHCR hanno ufficialmente chiuso il campo, tagliando elettricità e acqua. Circa 700 persone – la cui richiesta di asilo era stata respinta ma che sarebbero stati in pericolo se fossero tornati nel paese di origine – sono rimaste a Choucha.

Tra i numerosi campi di rifugiati hai scelto proprio quello di Choucha. Perché?

Inizialmente, Choucha faceva parte di una serie più grande di campi profughi in Tunisia, al cui interno sono transitate tante persone di nazionalità diverse.  Ad alcuni di questi è stato riconosciuto l’asilo e sono potuti partir. Ad altri invece, è stato negato e per questo si sono trovati a dover aspettare nel campo.

Dopo l’intervento della NATO in Libia (Operazione Unified Protector 2011), la Comunità internazionale aveva richiesto alla popolazione dell’Africa sub sahariana che viveva in Libia di lasciare il Paese, recandosi in Egitto o nei paesi più vicini. Ma oltre 700 persone a cui non era stato riconosciuto lo status di rifugiato non hanno avuto la possibilità di rientrare nel loro paese di origine né di tornare in Libia e sono rimaste nel campo Choucha, i cosiddetti ‘déboutés’ (respinti) bloccati, senza documenti e senza un posto dove andare.

Mi ero già interessato a questa situazione come giornalista, poi sono stato messo in contatto con Sophie Bachelier, produttrice francese, a cui ho proposto di girare un film su Choucha. Lei ha accettato e abbiamo realizzato il film con molte testimonianze. L’obiettivo era far parlare solo i rifugiati che erano rimasti lì delle loro storie e di quello che vivono. Tutti loro infatti, hanno attuato una specie di ‘resistenza’: volevano restare nel campo finché qualcuno non fosse intervenuto in loro aiuto.

Nel film-documentario, c’è anche una intervista al Rappresentante dell’UNHCR in Tunisia, Mbili Ombaoumba. Cosa pensi della comunità internazionale e delle ONG locali?

Non sono qui per criticare le ONG locali. Anche se è difficile, riescono comunque a fare un buon lavoro. Sicuramente è vero che la comunità internazionale non ha assolto tutte le sue responsabilità, anche in altri campi di rifugiati, non solo in quello di Choucha. C’erano sempre delle scuse. In primis, il problema della Siria, sul quale avevano concentrato tutti i loro mezzi, si è aggravato.  La cosa assurda è che per il diritto internazionale il ‘rifugiato’ è colui che lascia il suo Paese. Queste persone hanno lasciato la Libia non il loro paese, dunque non possono essere definiti come ‘rifugiati’.

In secondo luogo la comunità internazionale non ha assolto i suoi obblighi nel vero senso della parola poiché questa categoria di persone non ha avuto protezione, la gente di Choucha è stata vittima di attacchi di violenza, di persone che venivano dalle zone vicine, ci sono molte testimonianze. Molti sono morti e non c’è stata giustizia. La Tunisia era appena uscita dalla rivoluzione, questo lo comprendiamo, ma non può essere una scusa per non far partire un’inchiesta sulle morti e su queste ingiustizie.

Proprio a questo proposito abbiamo avuto l’occasione di intervistare il Rappresentate dell’UNHCR Mbili Ombaoumba, il quale ha risposto che lui non era corrente di tutto questo perché “era arrivato da tre mesi”. Questo è inaccettabile.

A livello della comunità internazionale ci sono molte cosa da migliorare.  Le risorse sono tante, ma a livello di gestione i soldi non vengono spesi bene. È meglio che il vuoto totale certo, ma c’è qualcosa che non va è evidente. Stipendi d’oro e alberghi a 5 stelle contro le persone che ancora muoiono di fame nei campi. Ci sono delle cose da migliorare. A livello della legislazione poi la definizione di ‘rifugiato’ deve essere rivista perché non può essere limitata solo a chi lascia il suo paese di origine.

Parlando di gestione, il ruolo dell’UNHCR diventa centrale. Come Agenzia dell’ONU, gestisce i soldi di ‘tutto il mondo’. Guardando al problema delle traversate la creazione dei corridoi umanitari è la soluzione?

No non è la soluzione. La gente scappa, sia per la guerra sia per i cambiamenti climatici oppure per ragioni economiche. Cercano un rifugio e io penso che ci sia bisogno di pensare ad un’altra questione: responsabilizzare i paesi di partenza. I paesi Africani. Perché l’Africa non si prende le sue responsabilità? Perché non interviene su queste partenze?

In fondo sono i giovani dell’Africa, la forza lavoro che parte e non torna. Parliamo di queste persone solo quando abbiamo dei grandi naufragi. Perché il Senegal, la Nigeria, il Mali non reagiscono quando l’Italia o Malta rimandano indietro le persone che arrivano?

Io dico che bisogna costruire dei campi di formazione, non campi di detenzione o di rifugiati, come fa l’Europa. Ma questo non deve farlo l’Europa in Africa, deve farlo l’Africa, gli stati africani. Devono valorizzare i loro giovani, per non farli partire. La cattiva gestione della politica porta i giovani a partire. Questo è un problema, l’Africa assente.

Progetti per il futuro?

Per me questo film resta un articolo di attualità. Ha documentato la realtà della vera e propria famiglia che si è creata nel campo di Choucha, in cui si condivide tutto. Molto giornalisti ci sono stati ma non hanno scritto molto. Molte delle persone presenti nel campo hanno poi attraversato il Mediterraneo e sono giunti in Italia, Svezia, Germania. Ecco, il secondo capitolo di Choucha mi piacerebbe farlo sulle vite degli stessi rifugiati in altri paesi.

Condividiamo qui di seguito il trailer del film. Volete scrivere a Djibril Diallo per saperne di più sul suo lavoro? Scrivete a djibrille2000@gmail.com

 

Related Posts
Leave a Reply

Newsletter